testi biblici e riflessioni
(I testi, i commenti e le riflessioni sono tratti principalmente dal libro: “Ad un passo dal Regno” di Antonio Splendiani. Dello stesso autore la creazione, l’elaborazione ed il mixaggio dei dialoghi e delle musiche di sottofondo, laddove presenti, ai brani scritti )
ATTENZIONE: di alcune schede/slot seguenti abbiamo realizzato sia il testo “parlato”, ossia con narratore e musica di sottofondo, sia, separatamente e ben evidenziati, dei veri e propri PODCAST, ossia trasmissioni audio simili a trasmissioni radiofoniche che, in maniera moderna e circostanziata, cercano di esaminare e discutere gli argomenti principali citati nelle nostre schede/slot sottostanti, con commenti approfonditi e prospettive moderne . Un vero viaggio nella parola divina che, puntata dopo puntata, puoi comodamente percorrere sul tuo dispositivo preferito.
(N.B.: Le “Fonti” o “il Testo” a cui fanno spesso riferimento i rispettivi Podcast sono proprio gli approfondimenti che trovate nelle schede/slot sottostanti, tratti in gran parte dal libro di cui sopra. I dialoghi dei Podcast e la relativa esposizione audio sono stati ottimizzati con il supporto di tecnologie informatiche per l’apostolato digitale)
«Ascolta Israele…»
(Per il contenuto di questa fonte/scheda/slot e quella, di cui parleremo poco più avanti, di “Un cuore ascoltante”, abbiamo realizzato un unico Podcast, essendo entrambi gli argomenti intrinsecamente collegati).
«E Dio disse…»:
«ASCOLTA ISRAELE»
«Ascolta, Israele, le leggi e le norme che oggi io proclamo dinanzi a voi: imparatele e custoditele e mettetele in pratica.
Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione servile.
Non avere altri dei di fronte a me.
Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.
Non ti prostrerai davanti a quelle cose e non le servirai.
Perché io il Signore tuo Dio sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione per quanti mi odiano, ma usa misericordia fino a mille generazioni verso coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti».
[(Dt 5,1.6-10)
«QUESTI SONO I COMANDI, LE LEGGI E LE NORME….»
«Questi sono i comandi, le leggi e le norme […], perché li mettiate in pratica nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso; perché tu tema il Signore tuo Dio osservando per tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figlio e il figlio del tuo figlio, tutte le Sue leggi e tutti i Suoi comandi che io ti dò e così sia lunga la tua vita.
Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica; perché tu sia felice e cresciate molto di numero nel paese dove scorre il latte e il miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto».
(Dt 6,1-3)
«IL SIGNORE E’ IL NOSTRO DIO…»
«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.
Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte».
(Dt 6,4-9)
«AMERAI IL SIGNORE DIO TUO CON TUTTO IL TUO CUORE…»
«Allora si accostò [a Gesù] uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva ben risposto [ai sadducei], gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”.
Gesù rispose:
“Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza.
E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.
Non c’è altro comandamento più importante di questi”.
Allora lo scriba gli disse: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici”».
(Mc 12, 28-33)
Commento e Riflessione
sulla parola di Dio
Abbiamo letto che Dio ha detto:
“Ascolta…” “Ascolta Israele…”
Ma chi è oggi quell’ “Israele” biblico a cui Dio si è rivolto?
Egli ha parlato solo ad un popolo o, attraverso quel popolo, ha parlato e parla ancora a tutta l’umanità, a tutti noi?
La parola di Dio è eterna e non conosce confini… Dio eterno ha realizzato una storia di salvezza con il popolo ebreo, ma ogni Sua parola era ed è rivolta anche ad ognuno di noi, in quanto lo stesso popolo fu primizia ed anticipazione della storia di salvezza di Dio con tutta l’umanità.
Anche io, anche tu, quindi, sei l’ “Israele” biblico, quel popolo che Dio si è scelto per attuare la sua storia di salvezza… A te, a noi, continuamente, si rivolge il Signore, il Padre del Cielo e della Terra, di ciò che in essi è contenuto e di tutte le creature, affinché il suo Regno possa venire e realizzarsi in pienezza…
Ma cosa devi, cosa dobbiamo ascoltare…?
Ascoltare innanzitutto i messaggi e le sollecitazioni, più o meno chiari, che il nostro cuore e la nostra anima ci inviano durante la nostra vita quotidiana, in cui percepiamo la necessità di entrare in noi stessi («nella nostra camera» interiore, come ha detto Gesù) e comprendere, capire, riflettere su dove stiamo andando, cosa stiamo facendo, verso cosa o a “chi” siamo diretti… Contemporaneamente, abbandonando noi stessi, cercare di aprirsi e/o orientarsi verso qualcosa o “Qualcuno” che è al di fuori di noi, pur essendo dentro di noi: mettersi in ascolto di Dio, predisporsi all’incontro con Lui con tutto noi stessi, «con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima, con tutta la nostra mente ed intelligenza, con tutte le nostre forze»...
Dio vuole incontrarci personalmente (oltre che collettivamente) e noi dobbiamo essere consapevole di ciò.
Poniamoci, perciò, con tutta umiltà e tutto noi stessi, davanti a Lui… Mettiamoci in ascolto del Suo cuore, cercando di entrare in sintonia con Lui, di ascoltare il Suo messaggio d’amore, cercando di capire i Suoi sentimenti più intimi, affinché, «tu sia felice e possa crescere molto di numero nel paese dove scorre il latte e il miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto…».
L’ascoltare, dunque, è il primo comandamento d’amore che il Signore ci suggerisce di vivere nella nostra vita: ascoltare il nostro cuore e ascoltare quello di Dio, i nostri sentimenti ed i Suoi sentimenti, ascoltare e apprendere la Sua Parola, comprendere il Suo messaggio, conoscere e sentire-percepire la Sua presenza ed il Suo “Dono” dentro di noi…
«SHEMA’ ISRAEL…»
Il termine usato nel testo biblico che abbiamo citato poc’anzi e tradotto con «Ascolta, Israele», è «Shemà Israel» (שְׁמַע יִשְׂרָאֵל). Come si sa, però, a volte è impossibile trovare la traduzione esatta di una parola da una lingua ad un’altra, soprattutto quando si cerca di tradurre una lingua antica. E’ questo il nostro caso. In ebraico, infatti, il termine «Shemà» aveva una pluralità di significati: ascoltare, prestare attenzione, rispettare, capire… Mentre la cultura Greca, però, ad esempio, era una cultura visiva, dell’arte, dell’architettura, del teatro e dello spettacolo e “conoscere” per essa era una forma di “vedere”, l’ebraismo era ed è una cultura “non visiva”, che adora un Dio che non può essere visto ed in cui è assolutamente vietato realizzare immagini sacre o icone. La parola «Shemà», «Ascolta», quindi, non è da intendere solo nel senso puramente “acustico”, ma, in un senso molto più ampio ed articolato, a 360 gradi, diremmo oggi, ossia nel senso di capire profondamente, interiorizzare, scrutare ed osservare con curiosità, amore ed attenzione ciò che si legge, si osserva, si ascolta, si tocca, si percepisce dentro, davanti ed intorno a noi. E’ un invito ad “acuire” tutti i nostri sensi ed anche le nostre percezioni, la nostra fantasia, creatività ed immaginazione, per una conoscenza ed un’esperienza che deve andare al di là di un semplice e banale approccio superficiale o “di superficie” alla realtà o alla situazione che ci si pone davanti.
Comprendiamo, pertanto, che con l’espressione «Ascolta, Israele», Dio, come ha fatto con Mosè mentre si avvicinava al roveto ardente dicendogli di togliersi i sandali dai piedi perché il luogo su cui stava era un luogo santo, ci invita a spogliarci delle nostre “protezioni” e dalla “polvere” che abbiamo addosso, fare un atto di umiltà e di autentico, sincero e profondo riconoscimento dei nostri limiti, predisponendo tutti i nostri sensi e tutto noi stessi, «con tutto il nostro cuore, tutta la nostra anima, tutta la nostra mente ed intelligenza, tutte le nostre forze» all’incontro con Lui, con la Sua Parola e con la Sua presenza…
Quando preghiamo, dunque, come il povero del Salmo e come «terra informe e deserta», luogo in cui «le tenebre ricoprono l’abisso» (come recita il libro della Genesi), dunque, poniamoci davanti a Lui «con tutto il nostro cuore, la nostra mente, il nostro intelletto, la nostra anima e le nostre forze» e lasciamo fare a Lui, ascoltiamo in silenzio “il silenzio” che è il luogo privilegiato dove Lui, appunto, parla e si muove, come «lo Spirito che aleggiava sulle acque e sulla terra informe e deserta, laddove le tenebre ricoprivano l’abisso…» (Gen 1,1-2). Lì, infatti, Dio disse:
«Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno» (Gen 1,3-5).
Nell’incontro tra la tua (la mia) povertà e la misericordia di Dio, il Suo Spirito e la sua Presenza, per dono Suo, sempre, scocca la scintilla, nasce la LUCE, si aprono i cieli e sembra quasi di ascoltare, dentro di noi, una voce tra le nubi che proclama: « Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo!...» (Mt 17,5 Mc 9,7; Lc 9,35).
E’ Dio stesso, infatti, che dal nostro cuore ci accompagna ad incontrarci, personalmente e collettivamente, con Lui. Egli, con amore, misericordia, grande attenzione e benevolenza ci ascolta e, contemporaneamente, rigenera e rinnova il nostro spirito, come un fiore che sboccia ai primi raggi del sole, scaldandosi, nutrendosi e crescendo con esso.
Identificandosi e specchiandosi con lo stesso fiore, autentico, bello, spontaneo e naturale, così la nostra anima ed il nostro cuore si devono porre dinanzi a Dio con sincerità, autenticità, schiettezza e amore-contrizione, per tutti gli (eventuali) errori commessi, entrando, come suggerisce Gesù,
«nella nostra camera e, chiusa la porta, pregare il Padre nel segreto; e il Padre nostro, che vede nel segreto, [ci] ricompenserà…» (Cfr. Mt 6,6).
Per il fiore che sboccia al mattino, il sole è una fonte di vita e sostegno, come abbiamo detto. Senza di esso nulla potrebbe, anzi, neanche esisterebbe.
Così la nostra anima: senza Dio nulla potrebbe e neanche esisterebbe .
Il sole per il fiore è un grande beneficio… Ugualmente, quando ci poniamo davanti a Dio, sperimentiamo le stesse sensazioni, le stesse “emozioni”. Davanti a Lui siamo davanti ad un amico, anzi, ad un “amicone”, che sta sempre dalla nostra parte. Ancor di più, siamo davanti a un Padre, a nostro padre, un Padre misericordiosissimo, buonissimo, generosissimo, che ci ha creato per amore e ci ama al di là, al di sopra e più di ogni cosa, a prescindere da quello che siamo, che abbiamo fatto o pensiamo… Egli, come Gesù, è un “pezzo di pane” e, con il Figlio e come Lui, per amore, ha sacrificato tutto se stesso e Gesù per noi…
Anche il Padre, infatti, come Gesù , possiamo dirlo, è
un‘EUCARISTIA .
Il Padre
«Eucaristia»
Come recita il titolo, si può dire che anche il Padre, come Gesù, è stato ed è un’ “Eucaristia”. Egli ha dato (e dà) tutto se stesso per l’umanità e, con il Figlio e come Lui, è stato umiliato, percosso e messo in croce per noi…
Egli, per quanto si è “abbassato” e fatto piccolo, era tutt’uno col Figlio anche quando lo stesso Figlio, umanamente, era ancora in fasce, inerme ed aveva bisogno di tutti gli aiuti possibili ed immaginabili da parte di Maria, di Giuseppe e di coloro che gli stavano vicino, per crescere, fortificarsi e vivere insieme agli altri…
Era con Gesù anche quando questi faceva il miracolo delle nozze di Cana o guariva un infermo o perdonava ad una peccatrice… Così quando lo stesso Gesù era nell’orto del Getsemani, sotto la frusta del persecutore, inchiodato sulla croce di legno o quando urlava su di essa straziato, prima di spirare…
Il Padre era con Gesù sempre e, insieme a Gesù, è vissuto “materialmente” anche affianco a Maria, Sua madre, a San Giuseppe, suo padre, ai suoi familiari, agli amici, agli apostoli ed a coloro che lo hanno conosciuto… Il Padre era con Gesù anche quando è risorto, è apparso ai discepoli ed ha camminato con loro spiegandogli le scritture (come ai discepoli di Emmaus), quando lo stesso Gesù è apparso sulle rive del lago Tiberiade ed ha mangiato con gli apostoli il pesce appena pescato e quando, ancora prima, da risorto, ha spezzato il pane con i discepoli a Gerusalemme, mentre erano radunati, spauriti, tremolanti, disorientati e persi, con un grande vuoto e dolore dentro il petto, per la perdita dell’amico e del grande profeta (su cui avevano scommesso tutta la propria vita e per cui avevano abbandonato ogni cosa, credendo che fosse il Messia di Dio) e per il dispiacere e il pentimento di averlo abbandonato nel momento più importante e doloroso della Sua vita…
Ma Gesù, insieme al Padre che con Lui aveva condiviso ogni cosa, si avvicina ai discepoli riuniti (eccetto Tommaso che, come sappiamo, in quel momento era assente), mostra loro
le mani ed il costato feriti e dice subito loro: «Pace a voi!».
Le prime parole, infatti, che lo stesso Gesù pronuncia verso i Suoi discepoli disorientati, sono proprio queste:
«Pace a voi!
Come il Padre ha mandato me,
anch’io mando voi (Gv 20,21)».
E, successivamente, alita su di loro e dice:«Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,22-23).
Ad immagine del Padre, Gesù risorto “crea” così un nuovo amore, dona la pace e comunica lo Spirito Santo, che dona ai discepoli la comprensione della Sua missione ed il potere, anche ad essi, di «rimettere i peccati», per la realizzazione del Regno del Padre, Regno comprensibile solo dall’umile, dal disperato, assetato ed affamato di Lui e non da chi pensa di avere tutto ed è pieno di sé, che non ha bisogno di Dio o che non sa cosa sia l’umiltà, la mansuetudine, la pietà, il timore di Dio, il perdono e la misericordia.
Qualità, attitudini, atteggiamenti ed espressioni di vita, quest’ultimi, a cui Gesù, con il Padre misericordioso, dà un posto di priorità assoluta per la diffusione del Vangelo e l’avvento del “Regno” dei cieli, Gesù che, come «agnello condotto al macello» (Cfr. Is 53,7-9), con la Sua mansuetudine, bontà, tolleranza, disponibilità, affabilità, grandezza e sapienza, si è affidato al Padre e, insieme a Lui, ha subìto il tradimento, la condanna, la tortura, le ingiurie e la morte in croce…
Insieme al Figlio (ed alla madre di Gesù, Maria santissima) il Padre patì per intero tutto quello che è accaduto a Gesù, immolandosi con Lui…
(Qui, se si vuole, si può ascoltare il brano: “Madre della speranza e dell’amore”, il cui link è appena sotto)
Tutto ciò, per un disegno di salvezza, d’amore e di perdono, imprevedibile, impensabile e misterioso per la sola natura umana, affinché l’umanità stessa potesse ricevere il perdono dei peccati e lo Spirito Santo, rinascere ontologicamente, umanamente e spiritualmente, comprendere veramente la natura di Dio, il Suo Essere più profondo, che, come abbiamo visto ed Egli stesso ha testimoniato, non è altro che amore, perdono, umiltà, vicinanza e salvezza “con” e “per” tutti…
L’identità profonda tra Gesù ed il Padre (e quindi che il Padre, come Gesù, è stato ed è anch’Egli un’Eucaristia) ce l’ha detto lo stesso Gesù quando, alla domanda del discepolo Filippo di mostrargli il Padre, rispose:
«Chi ha visto me ha visto il Padre […]Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me[…]» (Gv 14,9b-11a).
LA “RUMINATIO”
La “Ruminatio”
Per gli antichi, la “Ruminatio” era un esercizio di lettura, riflessione e ripetizione della parola di Dio fino a imparare il testo a memoria. I Padri parlavano di “masticare” la Parola, cioè ritornare sul testo, richiamarne le parole, ritrovare il tema centrale e imprimerlo profondamente nel cuore, cercando il “sapore” stesso, possiamo dire, della Sacra Scrittura. Giovanni di Fecamp (sec.XI), ad esempio, parlava di “gustarla in ore cordis”, ossia “nella bocca del cuore” (anche se l’espressione è intraducibile nel suo significato più ampio e profondo).
L’Antico Testamento è pieno di riferimenti all’ascolto e all’assimilazione della Parola di Dio con attenzione, profondità e perseveranza.
Nel Nuovo Testamento famosi sono i riferimenti a Maria, la madre di Gesù, «…Colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45) che ascoltava, meditava e custodiva nel suo cuore tutto ciò che diceva e faceva Gesù: «Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,15-19), «Gesù dunque partì con Giuseppe e Maria e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2,51), tant’è che Gesù arrivò ad elogiare Lei (ed i futuri discepoli) quando, mentre stava parlando alla folla, a coloro che gli comunicarono che Sua madre ed i Suoi fratelli stavano fuori ad aspettarlo per incontrarlo e/o parlargli, disse: «“Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi stendendo la mano verso i Suoi discepoli disse: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei Cieli, questi è per me fratello, sorella e madre”» (Mt 12,48-50).
Nel Vangelo di Luca, lo stesso Gesù aggiunse e precisò: «Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc8,21).
In riguardo alla “Ruminatio” ed alla conseguente attualizzazione della parola di Dio, ci piace citare il discorso di papa Benedetto XVI fatto nell’udienza generale del 17 agosto 2011:
«Nel nostro tempo siamo assorbiti da tante attività e impegni, preoccupazioni, problemi; spesso si tende a riempire tutti gli spazi della giornata, senza avere un momento per fermarsi a riflettere e a nutrire la vita spirituale, il contatto con Dio. Maria ci insegna quanto sia necessario trovare nelle nostre giornate, con tutte le attività, momenti per raccoglierci in silenzio e meditare su quanto il Signore ci vuol insegnare, su come è presente e agisce nel mondo e nella nostra vita: essere capaci di fermarci un momento e di meditare.
Sant’Agostino paragona la meditazione sui misteri di Dio all’assimilazione del cibo e usa un verbo che ricorre in tutta la tradizione cristiana: “ruminare”; i misteri di Dio cioè vanno continuamente fatti risuonare in noi stessi perché ci diventino familiari, guidino la nostra vita, ci nutrano come avviene con il cibo necessario per sostenerci. E San Bonaventura, riferendosi alle parole della Sacra Scrittura dice che “vanno sempre ruminate per poterle fissare con ardente applicazione dell’animo” (Coll. In Hex, ed. Quaracchi 1934, p. 218).
Meditare quindi vuol dire creare in noi una situazione di raccoglimento, di silenzio interiore, per riflettere, assimilare i misteri della nostra fede e ciò che Dio opera in noi; e non solo le cose che vanno e vengono. Possiamo fare questa “ruminazione” in vari modi, prendendo, ad esempio, un breve brano della Sacra Scrittura, soprattutto i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le Lettere degli apostoli, oppure una pagina di un autore di spiritualità che ci avvicina e rende più presente le realtà di Dio al nostro oggi, magari anche facendosi consigliare dal confessore o dal direttore spirituale, leggere e riflettere su quanto si è letto, soffermandosi su di esso, cercando di comprenderlo, di capire che cosa dice a me, che cosa dice oggi, di aprire il nostro animo a quanto il Signore vuole dirci e insegnarci.
Anche il Santo Rosario è una preghiera di meditazione: ripetendo l’Ave Maria siamo invitati a ripensare e a riflettere sul Mistero che abbiamo proclamato. Ma possiamo soffermarci pure su qualche intensa esperienza spirituale, su parole che ci sono rimaste impresse nel partecipare all’Eucaristia domenicale. Quindi, vedete, ci sono molti modi di meditare e così di prendere contatto con Dio e di avvicinarci a Dio, e, in questo modo, essere in cammino verso il Paradiso.
Cari amici, la costanza nel dare tempo a Dio è un elemento fondamentale per la crescita spirituale; sarà il Signore stesso a donarci il gusto dei suoi misteri, delle sue parole, della sua presenza e azione, sentire come è bello quando Dio parla con noi; ci farà comprendere in modo più profondo cosa vuole da me. Alla fine è proprio questo lo scopo della meditazione: affidarci sempre più nelle mani di Dio, con fiducia e amore, certi che solo nel fare la sua volontà siamo alla fine veramente felici».
Prega con il canto:
(Per il contenuto di questa fonte/scheda/slot e quella, di cui abbiamo parlato in una scheda/slot precedente, “Ascolta Israele”, abbiamo realizzato un unico Podcast, essendo entrambi gli argomenti intrinsecamente collegati).
Un cuore “ascoltante”
Che si intende per “cuore ascoltante”? In quale occasione tale espressione è usata?
Per comprendere bene il significato di essa andremo a leggere il famoso brano tratto dal primo libro dei Re (1Re 3,4-14) in cui il giovanissimo Salomone, figlio del grande re Davide, avendo avuto in eredità il suo regno, chiede a Dio, apparsogli in sogno, non ricchezza e gloria, ma….
«In quei giorni, Salomone andò a Gàbaon per offrirvi sacrifici, perché ivi sorgeva l’altura più grande. Su quell’altare Salomone offrì mille olocausti. A Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio disse: “Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda“. Salomone disse: “Tu hai trattato il tuo servo Davide, mio padre, con grande amore, perché egli aveva camminato davanti a te con fedeltà, con giustizia e con cuore retto verso di te. Tu gli hai conservato questo grande amore e gli hai dato un figlio che siede sul suo trono, come avviene oggi. Ora, Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per quantità non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?“
Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. Dio gli disse: “Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te. Ti concedo anche quanto non hai domandato, cioè ricchezza e gloria, come a nessun altro fra i re, per tutta la tua vita“»
«Concedi al tuo servo un cuore docile…»
Cuore “docile”, cuore “sapiente” o cuore “ascoltante”?
Il termine ebraico che nel brano citato è stato tradotto con «cuore sapiente» o «cuore docile» è «lev shomeà», la cui traduzione letteraria non è proprio «cuore docile» o «sapiente», ma «cuore ascoltante». Nel participio «shomeà», infatti, c’è la stessa radice dell’espressione ebraica di cui abbiamo parlato nella scheda “Ascolta Israele” , «shemà Israel».
Tenendo presente ciò che nella stessa scheda di cui sopra abbiamo già sottolineato, comprendiamo che la richiesta fatta a Dio dal giovane Salomone di avere un «cuore ascoltante» va intesa come una supplica a Dio di poter avere un cuore capace di essere e di mantenersi in stato di “ascolto” della realtà presente, circostante e soprannaturale (di Dio, ma anche degli altri e di se stessi) in maniera assoluta, ossia con l’uso di tutti i sensi, di tutte le proprie forze, di tutte le proprie capacità intellettive, creative e sensoriali. Una predisposizione ed un’apertura che metta in condizione di riflettere, capire, interiorizzare e percepire “dal di dentro”, oltre che “dal di fuori”, il pensiero ed i sentimenti di Dio (e degli altri), saper ascoltare, capire ed accogliere la Sua voce e la Sua presenza anche nelle cose “non scritte” e mettersi pienamente a Sua disposizione, lontano da qualunque apparente e/o fatiscente tornaconto personale, permettendoGli di illuminare e condurre per mano lungo il sentiero della vita, nelle scelte e nelle decisioni, più o meno importanti da intraprendere lungo il cammino, chiunque si rivolge a Lui con tale spirito di umiltà, disponibilità ed ascolto…
Da lì anche la famosa espressione letterale passata alla storia come “prendere una decisione salomonica” intesa, in senso generico, nel dare un giudizio saggio, imparziale ed equilibrato su una determinata questione importante o fondamentale.
Gesù, nel Vangelo di Matteo, chiarì poi che per avere un «cuore ascoltante» ed affinché potessimo percepire, capire ed “incontrare” la realtà, la presenza ed il “Regno” di Dio, è necessario avere un “occhio” limpido e un cuore “pulito” da tutto ciò che appesantisce l’anima e/o l’allontana da Dio:
«La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra! Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona […]» (Mt 6,22-24.33)
Lo stesso Gesù, nel Vangelo di Giovanni, ci ha anche detto che nella casa del Padre Suo ci sono molti posti (Gv 14,2).
Bisognerebbe, pertanto, che aprissimo le “porte” e le “finestre” del nostro cuore “ripulito” a Dio e lasciassimo, in esso, un “posto” sempre libero (il più importante), disponibile, aperto e “fisso” per Lui ed il Suo Regno, così che, lo stesso Regno, possa vivere “in” noi e farci abitare “in” Lui, nella Sua Casa e in quella dei Suoi “amici”.
«Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia» ha aggiunto Gesù nel Vangelo di Matteo (Mt 6,33): l’eventuale assenza o mancanza dello stesso Regno, infatti, dentro ed intorno a noi, dovrebbe crearci un tale disagio da farci desiderare, il più presto possibile, il Suo immediato avvento e la nostra pronta “dimora” in Esso.
Nel corso dei secoli, molti furono coloro che seguirono, nel profondo, gli inviti di Gesù e la richiesta del re Salomone ad avere un occhio “chiaro”, un cuore “ascoltante” ed a fare la volontà del Padre. Tra questi ricordiamo, ad esempio, San Francesco d’Assisi, compatrono d’Italia, quando, davanti al Crocifisso di San Damiano, chiese al Signore che le tenebre del suo cuore diventassero luce, che la sua mente fosse illuminata e la sua volontà indirizzata a scegliere la via di Dio attraverso la fede, la speranza e la carità:
«O alto e glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio. Dammi una fede retta, speranza certa, carità perfetta, umiltà profonda. Dammi, Signore, senno e discernimento per compiere la tua vera e santa volontà» (Fonti Francescane, 276).
Famosa è anche la preghiera “Absorbeat”, data da una combinazione di testi patristici circolante già nel XII secolo, la quale, con sentimenti simili, supplicava il buon Dio:
«Rapisca, ti prego, o Signore, l’ardente e dolce forza del tuo amore la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo, perché io muoia per amore dell’amor tuo, come tu ti sei degnato di morire per amore dell’amor mio» ( Fonti Francescane, 277).
Prega con il canto:
«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?»
Gesù, mentre stava parlando alla folla, a coloro che gli comunicarono che Sua madre ed i Suoi fratelli stavano fuori ad aspettarlo per incontrarlo e/o parlargli, disse: «“Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi stendendo la mano verso i Suoi discepoli disse: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei Cieli, questi è per me fratello, sorella e madre”» (Mt 12,48-50).
Nel Vangelo di Luca, lo stesso Gesù aggiunse e precisò: «Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21).
Deduciamo pertanto che, per Gesù ed i Suoi discepoli, con l’espressione: “fare la volontà del Padre mio” si intendeva, in particolare, “ascoltare la parola del Padre” e “metterla in pratica”. Ossia, chi faceva (e fa) ciò, era ed è, per Gesù, «fratello, sorella e madre», così come lo era, appunto, Maria santissima, Sua madre (madre naturale ed anche madre “spirituale”, icona e modello perfetto di coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica) o qualunque altro apostolo o discepolo alla Sua sequela.
Gesù, in linea con quanto lo stesso Dio dall’inizio della rivelazione ha sempre suggerito al Suo popolo, sottolinea ugualmente la priorità dell’ascolto della Parola di Dio e della Sua Parola e la conseguente necessità della messa in pratica della stessa (Cfr., al riguardo, i nostri “slot” citati in precedenza: “Ascolta Israele” e “Un cuore ascoltante”).
Dalle stesse parole di Gesù emerge che con l’ascolto, la meditazione della parola di Dio ed il conseguente “tentativo” o la conseguente disposizione d’animo per metterla in pratica, oltre ad un legame “naturale” e fisico che possiamo avere con chi ci sta vicino e con i nostri cari, c’è anche un legame “spirituale”, a “distanza”, diremmo, e, nello stesso tempo, “ravvicinato” ed interiore, con Gesù stesso e con coloro che ascoltano la Sua Parola e quella del Padre, legame molto forte e “tenero”, come quello (se non più) che potremmo avere con un nostro genitore, un nostro fratello, una nostra sorella, un nonno, una nonna, un amico, un’amica o un prossimo carissimi.
Nel Vangelo di Matteo, lo stesso Gesù, aggiunse anche che:
«Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel Regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei Cieli.
Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.
Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande» (Mt 7,21-27).
L ‘«Inno alla Carità»
«Agapáo», «Caritas» o… «Fileo»?
In un famosissimo capitolo della prima lettera ai Corinzi di San Paolo (al capitolo 13) troviamo frequentemente una parola tradotta comunemente con il termine: “Carità” (dal latino “Caritas”). Il termine greco originale usato dall’apostolo e su cui è stata applicata la traduzione suddetta, era (ed è): «ἀγάπη», ossia «agápē». Nella cultura greca, il verbo «Agapáo» veniva usato fondamentalmente per esprimere un amore incondizionato, profondo, altruistico, disinteressato, che si dona liberamente, legato alla compassione, al forte desiderio del bene dell’altro a prescindere dal proprio interesse e dalle proprie esigenze; un amore legato alla capacità di vedere il valore intrinseco di una persona. Lo stesso termine era spesso associato all’amore di una madre che nutre e forma l’essere in embrione e dà tutta se stessa verso il proprio figlio. Un amore caratterizzato dalla dedizione totale, dalla cura e dalla protezione verso la stessa prole, che non è limitato a un sentimento, ma si manifesta in azioni concrete di sostegno, sacrificio e guida.
Nella Sacra Scrittura e, in particolare, nella citata prima lettera di cui sopra, il termine «ἀγάπη» («agápē»), oltre al significato già citato, si arricchisce di un nuovo significato, assumendo anche un valore trascendentale, più profondo e completo, se vogliamo, ossia è usato per intendere il dono d’amore che proviene da Dio e viene riversato nel cuore del credente; credente che non compie un gesto d’amore di sua iniziativa, ma di riverbero all’azione santificante di Dio che anima lo stesso cuore dall’interno e lo spinge a gesti o pensieri d’amore, di perdono, di offerta-sacrificio, gratuitamente, verso gli altri e verso Dio, coinvolgendo ogni aspetto della sua persona: emozioni, spiritualità, intelletto.
Non a caso per i cristiani il banchetto eucaristico era (ed è) chiamato anche «agápē».
Quando nel nostro slot “Ascolta Israele” abbiamo citato l’espressione “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”, anche lì, il termine greco che ha tradotto la parola ebraica «Ahavah» (אהבה) (termine usato per tradurre la parola “amore”, anche se lo stesso termine ebraico era usato in un senso più ampio, ossia che poteva includere amore incondizionato, affetto, amicizia e amore romantico, a seconda del contesto) è stato “Agapáo”.
Anche nell’espressione “Ama il prossimo tuo come te stesso” (in greco antico: “ἀγαπᾶτε ἀλλήλους ὡς ἑαυτούς”) usata da Gesù nel Vangelo di Matteo e di Marco (Mt 22,37-40 e Mc 12,28-33) unendo in un unico precetto “il comandamento” dell’amore di Dio con quello dell’amore del prossimo, viene usato il verbo “Agapáo”, in cui l’amore non è più solo un «comandamento», ma la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro.
Tornando quindi al citato brano di San Paolo di cui sopra, notiamo che traducendo il termine: “agápē, agapáo” con la parola “carità”, il lettore è portato spesso ad intenderlo nel senso di “elemosina”, elargizione di qualcosa a qualcuno, ma, comprendiamo bene, non è quello il significato che l’apostolo intendeva dare alla parola stessa (e quindi a tutto il brano).
Proviamo allora a leggere lo stesso brano (il famoso “Inno alla carità”, appunto) usando la traduzione il più possibile corrispondente al significato originale della parola “agápē, agapáo” e vediamo che succede sostituendo la parola tradotta con “carità” con l’espressione “l’amore che viene da Dio, è dono Suo e si dona (agli altri ed a Dio stesso)”:
«Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore che viene da Dio, è dono Suo e si dona (agli altri ed a Dio stesso), sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi, dentro di me, l’amore che viene da Dio, è dono Suo e si dona (agli altri ed a Dio stesso), non sono nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi l’amore che viene da Dio, è dono Suo e si dona (agli altri ed a Dio stesso) niente mi giova.
L’amore che viene da Dio, è dono Suo e si dona (agli altri ed a Dio stesso), è paziente, è benigno; non è invidioso, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta e non avrà mai fine» (1Cor 13, 1-8).
«Ricercate l’amore che viene da Dio, è dono Suo e si dona (agli altri ed a Dio stesso» (1Cor 14,1).
Si nota la differenza di comprensione del brano usando il significato originale del termine “Agàpe”?
L’apostolo San Giovanni, nella sua prima lettera, scriveva anche: «Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo» (1Gv 4,19), usando sempre lo stesso termine: “Agapáo”, inteso nel senso che abbiamo spiegato
in precedenza. Poco prima, nella stessa lettera, aveva detto: «In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. […] In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito. […] Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui»
(1Gv 4,9-11.13.16b).
In un altro passo l’apostolo San Paolo, sempre usando il termine “Agapáo” laddove poi è stato tradotto con la parola “amore”, spiegava:
«Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: “non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare” e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13,8-10), che viene da Dio, è dono Suo e si dona (agli altri ed a Dio stesso).
«La misura dell’amore… », diceva il vescovo di Milevi Severo (Severo di Milevi, Ep. 109,2), amico di Sant’Agostino, « …è amare senza misura!».
Come abbiamo visto, ciò può realizzarsi pienamente solo vivendo innestati in Dio, legati a Lui come “tralci alla vite” e per dono Suo. Senza di Lui non possiamo fare nulla, come ci ha detto lo stesso Gesù nel Vangelo di Giovanni (Gv 15,5).
Infine, inutile dirlo, colui che è e si è fatto pienamente “Agapáo”, che l’ha vissuto fino in fondo e pienamente, era ed è lo stesso Gesù, insieme alla madre Maria, “l’amore che viene da Dio, è dono Suo e si dona (agli altri ed a Dio stesso)”.
Diversamente da “Agapáo”, l’altro termine greco antico che veniva usato, invece, per sottolineare l’amicizia, l’affinità, la simpatia con qualcuno o con qualcosa con cui si sta bene, di cui si ha piena fiducia, cara e gradita ed in cui ci si aspettava un ritorno corrispondente, era: «Filéo».
Il termine “Filéo”, ad esempio, fu usato anche da Gesù, quando rivolgendosi ai suoi discepoli li chiamò “Amici” e non “Servi” (Gv 15,15) o nel famoso dialogo con Pietro quando gli chiese: “Pietro, mi ami tu”, usando per ben due volte il verbo “Agapáo” e, solo la terza volta, visto che Pietro gli rispondeva sempre con il verbo “Filéo” (“Si, ti amo“), usò anche Lui la stessa espressione letterale di amicizia.
* * *
Ricapitolando quanto fin qui detto, alla fine, ci potrà sembrare impossibile che Dio, Gesù, fattosi amore-Agapáo per noi, abbiano usato o usino tutta quell’ “attenzione”, quell’amore oblativo per noi, con tutti i nostri limiti, le nostre mancanze, i nostri difetti e le nostre carenze, noi che a stento, forse, riusciamo, ad amare chi ci sta vicino o le persone più care…
Ma Lui ci dice: “Io ti amo, ti amo fino a donarmi per te…“.
Noi, però, ci meritiamo ciò? C’è un nostro merito in questo? Assolutamente no e il nostro cuore, cosciente di ciò, fa fatica a crederlo, ad accettarlo e viverlo dentro di noi. In questo caso, la fede significa non tanto di amare Dio (anche quello), ma di essere coscienti che siamo per Lui il “punto terminale” del Suo amore, “credere” e vivere veramente e intensamente, nell’anima, questa realtà, che il Signore, in tutte le maniere ed in ogni tempo, ci ama profondamente, come ha dimostrato e cercato sempre di comunicare-trasmettere a tutta l’umanità e ad ciascuno di noi.
Preghiamo, perciò, e chiediamo al Signore che ci illumini, ci dia la luce, la forza, l’intelligenza e la grazia per vivere e comprendere questo grande “mistero” d’amore (“mistero”, dal greco “mysterion”, cristianamente inteso come una verità profonda e nascosta, rivelata però da Dio attraverso la fede e la grazia divina), di avere la coscienza e la conoscenza del Suo grande, immenso, infinito ed eterno amore per ognuno noi; preghiamolo di riverberare questa consapevolezza, questa grazia e questo Suo immenso dono d’amore nei nostri cuori e che ci porti ad amare, perdonare, capire tutti come Lui ama, perdona e capisce ognuno di noi. Preghiamolo di poter essere innestati in Lui e vivere anche noi, come Lui, l’esperienza e la missione del Suo “Agapáo”.
Prega con i canti:
Chi è mio
«Prossimo»?
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Per poter rispondere adeguatamente alla domanda: “Chi è mio prossimo“, è bene capire e conoscere i termini tipici dell’epoca usati da Gesù nel suo Vangelo. Al tempo di Gesù, infatti, le figure religiose di maggior spicco che officiavano e servivano al Tempio erano chiamati “Sacerdoti” (i primi) e “Leviti” (i secondi).
I “Sacerdoti”, discendenti della tribù di Levi, erano i diretti discendenti di Aronne, fratello di Mosè e avevano il compito di officiare i sacrifici nel Tempio, offrire preghiere e benedizioni, e interpretare la legge.
I “Leviti”, pur appartenendo anch’essi alla tribù di Levi, non potevano svolgere funzioni sacerdotali, non essendo discendenti diretti di Aronne ed avevano semplici compiti di assistenza ai sacerdoti stessi, di cura del Tempio, preparazione dei sacrifici ed anche funzioni di cura del canto e della musica, oltre, in rari casi, di lettura della Torah e lavaggio delle mani dei sacerdoti prima della benedizione sacerdotale.
A queste figure “religiose”, se ne affiancava un’altra, quella dei “Samaritani”. Questi, pur riconoscendosi, come i Giudei, discendenti di Israele, erano considerati da quest’ultimi come scismatici ed eretici, oltre che nemici e praticanti di usanze e tradizioni diverse da quelle ereditate dai padri antichi.
Quando nel 721 a. C., infatti, la città di Samaria fu distrutta dagli Assiri, gran parte degli abitanti israeliti della città e del regno omonimo furono deportati in Assiria. A quelli rimasti in patria, invece, gli Assiri unirono ceppi di altre popolazioni conquistate, ognuna con una propria lingua, con proprie idee religiose, usanze e tradizioni. Ciò, col trascorrere degli anni, creò una mescolanza religiosa, culturale, sociale e civile che incise sulle credenze e le pratiche culturali e religiose degli israeliti rimasti sul territorio d’origine. Da questa mescolanza sorsero i citati “Samaritani”, che, fin dal principio, per i motivi suddetti, furono sempre oggetto di riprovazione dagli Ebrei ortodossi di Gerusalemme.
I Samaritani, infatti, oltre a non rispettare le tradizionali feste ebraiche, dei testi sacri riconoscevano solo il cosiddetto “Pentateuco samaritano” (simile ai primi cinque libri della “Torah”, in cui credevano gli ebrei ortodossi, ma con varianti importanti rispetto alla versione di quest’ultimi). Gli stessi ebrei ortodossi, poi, oltre alla Torah e ad altre tradizioni orali, consideravano di primaria importanza anche gli scritti profetici e il cosiddetto “Talmud”, ossia i commenti rabbinici ai testi sacri. Mentre i Samaritani, inoltre, consideravano come punto di riferimento e luogo sacro il monte Garizim, gli ebrei/giudei avevano come luogo di riferimento per il loro culto il Tempio di Gerusalemme e, in seguito, anche le sinagoghe.
Una curiosità: nella parabola che citeremo in seguito vengono citate delle monete (“due denari”) usate per pagare un albergatore. Ma qual era il loro valore? Ebbene, al tempo di Gesù, un “denaro” romano d’argento aveva un valore equivalente alla paga giornaliera di un operaio, mentre un “talento” (di cui si parla in un’altra parabola evangelica), aveva un valore molto più grande, equivalente a circa 6.000 denari.
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Alla domanda su “Chi è mio prossimo?”, rispondiamo con le stesse parole del Vangelo di Luca e di Gesù medesimo:
«In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse Gesù: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”.
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un Sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un Levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: ‘Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno’.
Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”».
Per chi avesse ancora qualche dubbio, pertanto, Gesù ha risposto in maniera esaustiva e chiara su chi fosse il nostro “prossimo”, su come opera lo Spirito di Dio, su quali sono i Suoi frutti e su che significa farsi “piccoli” per il Regno di Dio. Questo è un compito che solo “l’amore di Dio che viene da Lui, è dono Suo e si dona agli altri (ed a Dio stesso)” (in merito vedi nostro “slot”/scheda precedente: “L’inno alla Carità”) può compiere, con l’ascolto della parola di Dio, la “Ruminatio”, la sua assimilazione e, per dono Suo, la sua messa in pratica.
L’ uomo
Gesù
è
esistito
davvero?
In questa sezione affronteremo un argomento che è stato da sempre oggetto di domanda e riflessione dell’umanità:
dal punto di vista storico e secondo le fonti non cristiane, l’uomo Gesù è esistito davvero? Ci sono testimonianze al riguardo?
Analizzeremo, pertanto, le principali fonti “non cristiane” laddove, anche marginalmente, fanno un qualsivoglia accenno alla probabile esistenza storica del personaggio Gesù e vedremo, se possibile, la eventuale corrispondenza di esse con la descrizione che ne fanno i “Vangeli”.
Le principali fonti storiche non cristiane che menzionano Gesù, i suoi seguaci, o gli eventi legati alla sua figura, risalgono al I e II secolo d.C. e sono fondamentali per l’analisi che ci proponiamo di fare. Le suddette fonti possiamo suddividerle in:
“fonti di autori romani” e “fonti di autori ebrei”.
Iniziamo dalle prime.
Fonti di autori Romani (Pagani)
Gli storici romani non si concentravano su Gesù stesso, ma menzionavano lui e i suoi seguaci (chiamati “cristiani”) in relazione a eventi e problemi dell’Impero.
Tra essi citiamo:
Tacito, Svetonio e Plinio il Giovane.
1) Tacito (circa 56-120 d.C)
Lo storico romano è considerato la fonte non cristiana più importante e affidabile. Nei suoi “Annales” (ca. 115 d.C.), descrivendo l’incendio di Roma del 64 d.C. e la successiva persecuzione di Nerone, scrive:
«Le pene più atroci a coloro che il volgo chiamava cristiani, nome che deriva da Cristo, che sotto l’imperatore Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato. E, momentaneamente repressa, questa esiziale superstizione di nuovo dilagava, non solo in Giudea, ma anche a Roma…».
Come si può facilmente dedurre, questa testimonianza di notevole importanza conferma l’esistenza storica di Cristo (il fondatore del movimento), la sua esecuzione sotto Ponzio Pilato durante il regno di Tiberio, e l’origine del nome “cristiani” da lui.
2) Svetonio (69-140 ca. d.C.)
Nelle sue “Vite dei Cesari” (ca. 120 d.C.), Svetonio fa alcune citazioni per noi interessanti sia nelle parti dedicate alla “Vita di Claudio”, che in quella dedicata alla “Vita di Nerone”.
Nella “Vita di Claudio” (cap. 25,4), l’autore menziona l’espulsione degli ebrei da Roma da parte dell’imperatore Claudio (ca. 49 d.C.), a causa di tumulti «promossi da Chresto». Chiariamo che in questo caso molti studiosi ritengono che la dicitura: “Chresto” sia un errore di ortografia o una corruzione del nome “Cristo”-Christus, attestando, oltre all’esistenza di Cristo, anche un conflitto tra i primi cristiani e la comunità ebraica di Roma.
Nella “Vita di Nerone” (cap. 16, 2), Svetonio cita la punizione dei cristiani, definendogli gli stessi come una «nuova e malefica superstizione».
3) Plinio il Giovane (61-113 d.C.)
Intorno al 112 d.C., Plinio, governatore della Bitinia, scrisse una lettera all’imperatore Traiano per chiedere consiglio su come trattare i cristiani. Descrivendo le loro pratiche, annota che essi si riunivano in giorni stabiliti prima dell’alba e «cantavano inni a Cristo come a un dio».
Questa lettera documenta chiaramente la diffusione precoce e organizzata del cristianesimo e la convinzione che Cristo fosse divino.
Fonti di Autori Ebrei
Tra gli storici ebrei e/o le testimonianze ebree, per quanto riguarda la nostra analisi, citiamo:
lo storico Giuseppe Flavio e il “Talmud Babilonese”.
1) Giuseppe Flavio (37-100 ca. d.C.)
Lo storico ebreo-romano ha due passaggi nelle sue “Antichità Giudaiche” (ca. 93 d.C.) che sono ampiamente dibattuti ma generalmente accettati come contenenti riferimenti autentici.
Il primo passaggio, meno controverso, che è un riferimento diretto/indiretto a Gesù, è laddove Giuseppe Flavio cita Giacomo, il cugino di Gesù: Il brano menziona il suo lapidamento, parlando espressamente di «Giacomo, fratello di Gesù, che era chiamato Cristo» (Ant. Giud. XX, 200).
Il secondo passaggio è nel “Testimonium Flavianum” (Ant. Giud. XVIII, 63-64). Questa parte è molto più controverso a causa di possibili interpolazioni cristiane (aggiunte successive che lo rendono più filo-cristiano). Recentemente, però, ad opera del filologo ebreo Shlomo Pines, professore all’Università di Gerusalemme, è stata trovata la forma originaria del “Testimonium Flavianum”, all’interno della “Storia Universale” di Agapio di Ierapoli, un vescovo e storico di lingua araba vissuto nel X secolo d.C. Dalla citazione suddetta si evidenzia come Giuseppe Flavio, senza entrare nel merito della divinità di Gesù, ne parla come un personaggio storico realmente esistito.
Questa è la versione del Testimonium di Agapio:
«Similmente dice Giuseppe l’ebreo, poiché egli racconta nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei: “In questo tempo viveva un uomo saggio che si chiamava Gesù, e la sua condotta era irreprensibile, ed era conosciuto come un uomo virtuoso. E molti fra i Giudei e le altre nazioni divennero Suoi discepoli. Pilato lo condannò a essere crocifisso e morire. E quelli che erano divenuti Suoi discepoli non abbandonarono la propria lealtà per lui. Essi raccontarono che egli era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione, e che egli era vivo. Di conseguenza essi credevano che egli fosse il Messia, di cui i Profeti avevano raccontato le meraviglie».
A seguito di questa scoperta, la maggior parte degli studiosi, pertanto, concordano sul fatto che Giuseppe Flavio abbia scritto un nucleo originale, da cui si possono dedurre i seguenti fatti storici non contestati:
* Gesù era un uomo saggio e operatore di fatti sorprendenti.
* Aveva molti seguaci, sia ebrei che gentili.
* Fu crocifisso sotto Pilato su accusa dei capi ebrei.
* Il movimento dei suoi seguaci (i cristiani) non si estinse dopo la sua morte.
2) Il Talmud Babilonese
Il Talmud (un corpus di testi rabbinici ebraici, redatto tra il III e il V secolo d.C. con materiali molto più antichi) fa riferimenti negativi a un individuo chiamato “Yesciù” (Gesù), che veniva da Nazareth e che fu giustiziato.
Sebbene a tal riguardo i riferimenti siano polemici e non abbiano lo scopo di fornire una storia neutrale, questi confermano l’esistenza di un predicatore ebreo di nome “Yesciù/Gesù”, la sua connessione con la magia o l’eresia, e la sua esecuzione pubblica il giorno prima della Pasqua ebraica.
In Sintesi:
* * *
In sintesi, dall’esame delle fonti non cristiane appena citate, deduciamo che nessuna di esse, chiaramente, fornisce una biografia completa su Gesù, ma collettivamente, confermano l’esistenza storica di un uomo chiamato Gesù, il titolo attribuitogli di “Cristo” o “Messia,” la sua esecuzione per crocifissione da parte di Ponzio Pilato, e la rapida diffusione del movimento dei suoi seguaci già nel I e II secolo d.C., col nome di “cristiani”.
L’orologio profetico della venuta del Messia
(La profezia delle settanta settimane)
Dell’avvento del Messia e della Sua missione “liberatrice” e “salvatrice”, si parlava già da tanto tempo nei popoli antichi e lo stesso Messia, nel corso dei secoli, è stato atteso con sempre più desiderio ed in maniera spasmodica dal popolo ebreo, popolo che Dio si era scelto per liberarlo dalla schiavitù e farlo soggiornare in una terra «dove scorre latte e miele».
Dopo la presa del Tempio di Gerusalemme, nel 587 a.C., ad opera di Nabucodònosor, re di Babilònia, tutte le speranze sembravano però svanite per gli ebrei, in quanto lo stesso re pose fine alla dinastia davidica, da cui, appunto, il messia tanto atteso sarebbe dovuto discendere. Ma il profeta Daniele, il cosiddetto ultimo dei quattro grandi profeti dell’Antico Testamento (detti anche profeti “maggiori”), più o meno in quel periodo, riaprì le speranze proclamando che:
«il Dio del cielo farà sorgere un Regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre» (Dn 2,44).
Nel capitolo 7 del suo libro, racconta di aver avuto una visione in cui:
«Io continuavo a guardare, quand’ecco furono collocati troni
e un vegliardo si assise. La sua veste era candida come la neve
e i capelli del suo capo erano candidi come la lana;
il suo trono era come vampe di fuoco con le ruote come fuoco ardente. Un fiume di fuoco scendeva dinanzi a lui,
mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano.
La corte sedette e i libri furono aperti. Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto»
(Dn 7,9-10.13-14).
In seguito, al capitolo 9, lo stesso profeta riferisce di aver ricevuto dall’angelo Gabriele (l’autore, secoli dopo, dell’annunciò a Maria della nascita di Gesù…) una visione ed un messaggio di speranza, dove venivano stabiliti anche i tempi in cui la profezia della venuta del Messia si sarebbe avverata:
«Gabriele, che io avevo visto prima in visione, volò veloce verso di me: era l’ora dell’offerta della sera. Egli mi rivolse questo discorso: “Daniele, sono venuto per istruirti e farti comprendere. Fin dall’inizio delle tue suppliche è uscita una parola e io sono venuto per annunziartela, poiché tu sei un uomo prediletto. Ora stai attento alla parola e comprendi la visione: Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei santi. Sappi e intendi bene, da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme fino a un principe consacrato, vi saranno sette settimane. Durante sessantadue settimane saranno restaurati, riedificati piazze e fossati, e ciò in tempi angosciosi. Dopo sessantadue settimane, un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui; il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine sarà un’inondazione e, fino alla fine, guerra e desolazioni decretate. Egli stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l’offerta; sull’ala del tempio porrà l’abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine, fino al termine segnato sul devastatore”» (Dn 9,21-27).
Mentre gli studiosi degli ultimi secoli hanno avuto grosse difficoltà a capire in quale data iniziare il conteggio esatto dei settanta settenari descritti nel libro del profeta Daniele, gli ebrei contemporanei di Gesù, invece, avevano ben inteso la profezia stessa.
Le ultime scoperte fatte a Qumran hanno consentito di dimostrare che non solo le scritture ebraiche erano già perfettamente formate nel I secolo della nostra era ed erano identiche a quelle che leggiamo oggi, ma anche che gli stessi esseni (i membri della comunità religiosa di Qumran), come molti altri loro contemporanei, avevano calcolato bene i tempi della profezia.
Per gli ebrei dell’epoca, infatti, i settanta settenari (490 anni) partivano nel 586 a.C. (anno dell’inizio dell’esilio del popolo ebraico verso Babilonia) e culminavano nel 26 a.C., inizio dell’era messianica.
A corollario di ciò, alcuni studiosi, attraverso gli scavi archeologici, hanno riscontrato che proprio in quel periodo (a partire da una ventina d’anni prima di Cristo, fino a circa il 70 d.C.) c’è stato un incremento dell’attività abitativa e edilizia a Qumran, incremento ed attività testimoniate anche da diverse monete dell’epoca ritrovate sul posto durante gli scavi medesimi. Le costruzioni del Mar Morto, infatti, aumentarono e furono ampliate in quel periodo perché, essendo iniziata la cosiddetta “era messianica”, ci si ritirava nel deserto per purificarsi ed accogliere il Messia degnamente. Uno degli scritti che sono stati ritrovati nelle grotte di Qumran, infatti, così recitava: «In quei momenti, gli uomini dovranno cessare di abitare tra i corrotti per ritirarsi nel deserto, dove saranno istruiti coloro che devono essere pronti in quei giorni» (Esseni, Il Manuale di disciplina).
Non furono solo gli ebrei in terra d’Israele ad attendere un “dominatore” e un “liberatore”, ma anche altri popoli, come ad esempio ci hanno ben testimoniato i due biografi-storiografi Tàcito e Svetònio i quali, il primo nelle Històriæ e il secondo nella Vita di Vespasiàno, riferirono che molti, in Oriente, aspettavano, secondo le loro scritture, un dominatore che sarebbe venuto dalla Giudea.
Gli studiosi orientali, infatti, tra cui quelli babilonési e persiàni (studi i cui echi si erano diffusi tra le varie culture dell’epoca, compresa quella romàna), avevano prefigurato che in un dato periodo, segnato da una particolare congiunzione astrale, sarebbe stato il tempo in cui un importante “dominatore” sarebbe nato.
Il periodo indicato era quello intorno al 7 o 6 a.C. (sappiamo che, come è ormai universalmente riconosciuto, per l’anno di nascita di Gesù ci fu un errore di calcolo commesso dal monaco Dionìgi il Piccolo, il quale, nel 533, calcolò l’inizio dell’era volgàre a partire dalla nascita di Cristo, che però fu posticipata di circa 6 anni…).
Tra il Tigri e l’Eufrate ed in tutto l’oriente, dunque, non solo si aspettava un Messia che doveva giungere da Israele, ma si era anche stabilito con incredibile certezza che Egli doveva nascere in quel determinato periodo.
IL RACCONTO DEI MAGI:
VERITA’ O INVENZIONE?
Molti, in Oriente, aspettavano, secondo le loro scritture, un dominatore che sarebbe venuto dalla Giudea.
Non furono, infatti, solo gli ebrei in terra d’Israele ad attendere un “dominatore” e un “liberatore”, ma anche altri popoli, come ad esempio ci hanno ben testimoniato i due biografi-storiografi Tacito e Svetonio, nelle Historiæ, il primo, e nella Vita di Vespasiano, il secondo.
Gli studiosi orientali, tra cui quelli babilonesi e persiani (studi i cui echi si erano diffusi tra le varie culture dell’epoca, compresa quella romana), avevano infatti prefigurato che in un dato periodo, segnato da una particolare congiunzione astrale, sarebbe stato il tempo in cui un importante “dominatore” sarebbe nato.
Il periodo indicato era quello intorno al 7 o 6 a.C. (sappiamo che, come è ormai universalmente riconosciuto, per l’anno di nascita di Gesù ci fu un errore di calcolo commesso dal monaco Dionìgi il Piccolo, il quale, nel 533, calcolò l’inizio dell’era volgare a partire dalla nascita di Cristo, che però fu posticipata di circa 6 anni…).
In merito alla “congiunzione astrale” di cui si sono occupati gli antichi, abbiamo un riferimento anche nel Nuovo Testamento e precisamente nel Vangelo di Matteo, dove, parlando della nascita di Gesù, lo stesso autore parla di una «stella» che indicava la Sua presenza:
««Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta Malachìa:
E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:
da te uscirà infatti un capo
che pascerà il mio popolo, Israele (Ml 5,1).
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese» (Mt 2,1-12).
Il riferimento alla «stella» di cui si parla nel brano del Vangelo, è forse lo stesso riferimento alla “congiunzione astrale” di cui parlavano gli studiosi orientali?
A questo interrogativo, dopo approfonditi studi, rispose nel 1603 l’astronomo Keplero (o Kepler, dal nome originale in tedesco), il quale, alla sua epoca, osservò in cielo un fenomeno molto luminoso: non una cometa, bensì l’avvicinamento, o la congiunzione, dei pianeti Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci.
Keplero effettuò poi alcuni calcoli e stabilì che la stessa congiunzione si sarebbe verificata anche nel 7 a.C.
Rinvenne, poi, anche un antico commentario rabbinico nel quale si sottolineava come la venuta del Messia sarebbe dovuta coincidere proprio con il momento in cui fosse avvenuta quella medesima congiunzione astrale.
La conferma del fenomeno astronomico osservato da Keplero si ebbe nel XIX secolo, sia da parte degli astronomi dell’epoca, sia grazie alla pubblicazione di due importanti documenti:
– la Tavola planetaria, un papiro egizio pubblicato nel 1902, in cui sono registrati con esattezza i movimenti planetari dal 17 a.C. al 10 d.C. ed in particolare, per osservazione diretta, la congiunzione Giove-Saturno nella costellazione dei Pesci, che si rilevò essere stata molto brillante, visibilissima e luminosissima soprattutto su tutto il Mediterraneo;
– il Calendario stellare di Sippar, una tavola di terracotta scritta in caratteri cuneiformi, di origine babilonese, ove si segnalano i moti degli astri proprio nell’anno 7 a.C., anno in cui, secondo gli astronomi babilonesi, tale congiunzione si sarebbe verificata per ben tre volte (29 maggio, 1° ottobre e 5 dicembre), mentre il medesimo evento avviene di norma una volta ogni 794 anni.
Un Dio Bambino
Nella nascita di Gesù, avvenuta in maniera incredibile, Dio ha reso possibile ciò che era impossibile, operando nell'”imprevedibilità”, nel nascondimento, nell’umiltà e nella povertà e facendo concepire Suo Figlio nel grembo verginale di un’umile (e sconosciuta) ragazza, che viveva in uno sperduto paesino della Galilea, a Nord di Israele, promessa sposa ad un semplice falegname, Giuseppe.
Fatalità volle anche che in quel periodo l’imperatore Cesare Augusto avesse indetto il censimento della popolazione e Giuseppe, fidanzato di Maria, futuro padre “putativo” di Gesù ed appartenente alla casa ed alla famiglia dell’antico re Davide, per il suddetto censimento doveva spostarsi necessariamente da Nazareth, dove viveva, a Betlemme, dove era originaria la sua famiglia.
A passo d’asino (solo i ricchi avevano i cavalli) bisognava percorrere circa 150 Km e ci volevano dai quattro ai sette giorni (ancor di più per una donna in avanzato stato di gravidanza) per attraversare la verde pianura di Esdrelon, l’inospitale Samaria e poi le alture della Giudea. In base all’editto di Augusto, ai fini del censimento, Maria non era obbligata ad accompagnare Giuseppe. Soltanto gli uomini, infatti, erano tenuti a recarsi nel proprio paese d’origine per la registrazione. Eppure, nonostante ciò e nonostante la difficoltà del viaggio, faticoso ed impervio per una giovane donna in attesa di un bambino, Maria non volle lasciare solo Giuseppe, non volle privarlo della sua presenza, della presenza di Gesù e della sua nascita al mondo, quasi a sigillare la profonda unità, comunione di vita e di intenti che, già dagli inizi, c’era nella Sacra Famiglia, tra lei, Giuseppe ed il nascituro Gesù.
Come sappiamo, però, a Betlemme non c’era posto per Giuseppe, la sua sposa ed il futuro nascituro in albergo e, essendo giunti i giorni del parto, dovettero necessariamente rifugiarsi in una grotta lì vicino, dove, appunto, nacque Gesù.
Betlemme era un piccolo paesino, quasi di montagna (a 765 metri sul livello del mare), a circa 10 km a sud di Gerusalemme, il cui nome, guarda caso, in ebraico significa “casa del pane“, mentre in arabo significa “casa della carne”:
quale migliore “coincidenza”, per un Dio bambino che lì si fa “carne” e poi “pane”, in eterno, per l’umanità?
Seppur semisconosciuta e nascosta, come abbiamo accennato, Betlemme era considerata la città di Davide dalla cui discendenza sarebbe dovuto venire il Messia. La profezia risaliva ad almeno 500 anni prima della nascita di Gesù ed era riportata nel libro del profeta Malachia:
«E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti» (Ml 5.1).
Gesù, uomo-Dio, appena nato, messo in fasce su una mangiatoia, dentro una fredda grotta sperduta tra le colline-montagne, in un freddo mese d’inverno ed assistito solo dai poveri Giuseppe e Maria, fa la Sua prima apparizione “al mondo”, in quelle condizioni, a dei poveri e semplici pastori che, pernottando all’aperto, stavano vegliando tutta la notte per fare la guardia al proprio gregge (o ai greggi loro affidati dai rispettivi padroni) ed a cui degli angeli, in una grande luce, rivelarono che a Betlemme era nato il Salvatore e che, per riconoscerlo, lo avrebbero trovato avvolto in fasce adagiato in una mangiatoia (Cfr. Lc 2,1-20.).
Quegli stessi pastori ascoltarono e seguirono le parole degli angeli recandosi alla grotta e divenendo, in seguito, i primi annunciatori del Regno e di un Dio che si era fatto Bambino che, incredibilmente e misteriosamente, avevano trovato in fasce, come un poverello, assistito da umili genitori, in una grotta sperduta, invece che in trionfo su di un alto trono, con una corona regale in testa, circondato da miriadi di servitori osannanti…
Dio, infatti, non era dove tutti immaginavano che potesse essere od apparire, ma, curiosamente e stranamente, era lì, bambino, in una notte buia, tra i cuori di due anime innamorate, senza possedere null’altro che il loro affetto, la loro cura e la loro tenerissima attenzione per Lui.
Dio “piccolino” ed imprevedibile, appare così agli occhi di quegli umili, poveri e spesso disprezzati pastori, su cui nessuno, per la mentalità dell’epoca, avrebbe scommesso un soldo. «All’epoca della nascita di Gesù, [infatti,] quella del pastore era la condizione più disprezzata. I pastori erano infatti considerati impuri e peccatori e, secondo le scritture, il Messia alla sua venuta, li avrebbe eliminati fisicamente. Erano servi malpagati e sfruttati da parte dei proprietari del gregge e quindi, spesso, sopravvivevano con il furto ai padroni o agli altri pastori con i quali contendevano i pascoli. Esclusi dal tempio e dalla sinagoga, equiparati agli immondi pagani, per i quali non c’era alcuna speranza, per loro non c’era alcuna possibilità di salvezza. Erano esclusi dal perdono di Dio perché non potevano restituire quel che avevano rubato, secondo quanto era prescritto dalla Legge (Lv 5,21-24). Privati dei diritti civili, esclusi dalla vita sociale, ai pastori era negata anche la possibilità di essere testimoni, poiché, in quanto ladri e bugiardi, non erano credibili e valevano meno delle bestie che dovevano accudire.
Non era così, invece, all’epoca in cui visse il re Davide, il quale, ispirato da Dio, aveva scritto anche quel famoso salmo: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce” (Sal 23,1-2). Al tempo di Davide, infatti, la società palestinese era diversa, era ancora di stampo nomade, e nel mondo beduino il ruolo del pastore era importante, al punto da diventare figura del capo, del re, e quindi di Dio. Poi la società andò mutando e diventò sempre più sedentaria ed al tempo di Gesù l’immagine idilliaca del pastore era ormai un ricordo e la realtà era ben diversa» (tratto da un articolo del 2016 di padre Alberto Maggi – teologo, biblista, religioso dell’ordine dei Servi di Maria ed autore di diverse pubblicazioni -, intitolato: I pastori al tempo di Gesù).
Un Dio “bambino”, dicevamo, inerme, debole, fragile, bisognoso di cure, attenzione ed affetto, nella povertà e nel nascondimento.
«Colui che abbraccia l’Universo ha bisogno di essere tenuto in braccio. Lui, che ha fatto il Sole, deve essere scaldato. La tenerezza in persona ha bisogno di essere coccolata. L’amore infinito ha un cuore minuscolo, che emette lievi battiti. La Parola eterna è infante, cioè incapace di parlare. Il Pane della vita deve essere nutrito. Il Creatore del mondo è senza dimora…» (Papa Francesco, Omelia, 24 dicembre 2021).
Un Dio, però, ricco di umanità, che realizza nel cuore dell’umanità stessa (ed in quello dei poveri pastori) il prodigio più grande ed imprevedibile, Dio infinito che si fa uomo, in tutto e per tutto uguale a noi, affinché potessimo tornare ad essere come Lui, a Sua «immagine e somiglianza», «santi ed immacolati nell’amore», nella misericordia, nel perdono, nella donazione e nella grazia, che viene da Lui ed è dono Suo.
Come mai e
perché
Giovanni entrando nel sepolcro
“vide e credette”?
Nel capitolo 20 del Vangelo di Giovanni viene detto:
“Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette (Gv 20, 1-8).
Come avrete notato, nel testo citato sopra abbiamo evidenziato e sottolineato alcune parole, che di primo acchito non sembrano avere tanta rilevanza. Ci siamo sempre chiesti, però, come mai l’apostolo Giovanni, alla luce di quanto descritto nel suddetto testo, afferma senza ombra di dubbio che “vide e credette“: Cosa lo colpì e impressionò in manera così inconfutabile per affermare quanto citato? Possibile che una scena come quella presentatasi e descritta abbia potuto suscitare in lui tanto stupore e meraviglia da poter dire, all’istante, che “vide e credette”?
Da una prima lettura, in base al testo riportato ed alla sua traduzione, non ci sembra di assistere a qualcosa di particolarmente fenomenale o scioccante. L’apostolo scrive che è arrivato alla tomba prima di Pietro, che vede delle bende buttate per terra e il sudario ben piegato da un’altra parte.
Sulla base di quanto viene narrato pare che non ci sia niente di particolarmente straordinario o strano, se non il fatto che il corpo di Gesù non c’era più, le bende buttate in maniera disordinata per terra e il sudario, invece, ben piegato da un’altra parte. Cercheremo di approfondire, allora, questo “mistero” e di rispondere a questo legittimo interrogativo, analizzando proprio il testo originale scritto in greco antico, lingua di cui l’Apostolo si è servito per la stesura del quarto Vangelo. In particolare, ci soffermeremo proprio sulle parole evidenziate nel testo riportato poco più sopra: “vide le bende per terra” e “il sudario era piegato in un luogo a parte”. Quali termini ha usato, in questa occasione, l’evangelista? Perché vedendo la scena descritta nel capitolo 20 del suo Vangelo, riferisce che: “vide e credette”?
Per sgombrare subito il campo, iniziamo affermando che la questione ruota tutto attorno al termine greco “keimena” (κείμενα), che in molte Bibbie italiane viene tradotto con un generico “per terra” o “posate“, ma che nasconde un significato molto più preciso.
1. Il significato di Keimena
Il verbo keimai non significa semplicemente “essere a terra”, ma descrive qualcosa che giace svuotato, che si è “abbassato” o “afflosciato”, ossia Giovanni vede le bende nella stessa posizione in cui erano quando avvolgevano il corpo, ma afflosciate e intatte, senza il corpo dentro.
2. Il Sudario “misterioso” (entetyligménon)
Il dettaglio più incredibile riguarda il sudario (il velo che avvolgeva il capo). Giovanni dice che non era con le bende, ma “avvolto in un luogo a parte”.
Il termine greco usato, entetyligménon, suggerisce che il sudario conservasse ancora la forma a cilindro (la piegatura originale attorno alla testa) e non era stato srotolato e ripiegato da qualcuno, ma si trovava esattamente dove era la testa di Gesù, mantenendo la sua forma “originaria”
Il testo originale, infatti, descrive la posizione del sudario con una precisione che spesso le traduzioni italiane faticano a rendere appieno. La frase greca recita:
καὶ τὸ σουδάριον, ὃ ἦν ἐπὶ τῆς κεφαλῆς αὐτοῦ, οὐ μετὰ τῶν ὀθονίων κείμενον ἀλλὰ χωρὶς ἐντετυλιγμένον εἰς ἕνα τόπον.
Ecco l’analisi dei termini chiave:
* ἐντετυλιγμένον (entetuligménon): È il participio perfetto del verbo entylisso. Mentre molte traduzioni usano “piegato”, il significato originale è più vicino a “arrotolato” o “avvolto”. Suggerisce che il sudario non fosse stato appiattito e riposto con cura, ma che avesse mantenuto la forma circolare o ovale che aveva quando avvolgeva il capo di Gesù, come se il corpo si fosse semplicemente smaterializzato dall’interno.
* χωρίς (chorìs): Significa “separatamente”, “a parte” o anche “diversamente”. Indica che il sudario non si trovava insieme alle altre bende (othónia), ma occupava una posizione distinta.
* εἰς ἕνα τόπον (eis héna tópon): Letteralmente significa “in un unico luogo” o “in una posizione unica”. L’uso del numerale héna (uno) invece dell’articolo indeterminativo sottolinea la singolarità del luogo o della condizione in cui si trovava l’oggetto.
Significato dell’osservazione
Secondo diversi esegeti, questa disposizione fu il “segno” che portò Giovanni a credere immediatamente alla Risurrezione. Giovanni vide i teli “sgonfiati” o “afflosciati” (keimena) e il sudario ancora avvolto, come se la testa di Gesù fosse ancora sotto di esso, a testimonianza di un evento che aveva superato le leggi fisiche.
Provando ad analizzare il contrasto dinamico tra i due termini verbali usati per descrivere la scena: keímena (per le bende) e entetuligménon (per il sudario), emerge dunque che:
1. Il contrasto tra i termini
L’originale greco non suggerisce che il sudario sia stato “piegato” come farebbe una persona ordinata, ma descrive una scena di “svuotamento” fisico:
* Keímena (da κείμαι): Riferito alle bende (othónia), significa “giacenti”, “distese” o “afflosciate”. Indica bende che non sono state srotolate, ma che appaiono prive del corpo che contenevano, come svuotate dal di dentro.
* Entetuligménon (da ἐντυλίσσω): Riferito al sudario, significa “arrotolato in sé” o “avvolto”. La forma al participio perfetto indica uno stato permanente: il sudario manteneva la forma circolare che aveva attorno al capo, pur essendo “separato” (chorìs) dal resto delle bende.
2. L’interpretazione principale degli studiosi
Le analisi filologiche più celebri e approfondite sostengono che la traduzione corretta dovrebbe evidenziare la posizione fisica degli oggetti:
* Chorìs (χωρίς): Solitamente tradotto con “a parte”, secondo gli esegeti, invece, indica che il sudario non era “afflosciato” come le bende, ma manteneva la sua consistenza.
* Eis éna tópon (εἰς ἕνα τόπον): Non indica un “angolo” generico della tomba, ma la “posizione unica” dove si trovava il capo.
In altre parole, Giovanni vide il sudario ancora arrotolato esattamente dove avrebbe dovuto essere il volto di Gesù, ma senza il volto all’interno.
3. “Vide e credette”: il segno visivo
Il testo greco spiega perché Giovanni “vide e credette” (Gv 20,8). La struttura dei teli che “giacevano” (keímena) suggeriva a un testimone oculare che il corpo fosse passato attraverso i tessuti senza manometterli.
La reazione di Giovanni: “Vide e credette”
Perché Giovanni, appena entra e vede le bende, allora, crede subito alla risurrezione?
Se avesse visto un sepolcro vuoto e bende sparse, avrebbe pensato a un furto. Se il corpo fosse stato rubato, infatti, i ladri non avrebbero perso tempo a sfilare le bende lasciandole intatte e “sgonfie”, né avrebbero riposto il sudario mantenendo la sua forma ovale.
Egli crede perché vede l’impossibile fisico: le bende non sono state sciolte, il corpo è “evaporato” o passato attraverso di esse senza alterarne la posizione. È lo shock di vedere un involucro intatto ma privo di contenuto che lo convince istantaneamente.
Per quanto riguarda, invece, la traduzione italiana delle parole greche eiden ed episteusen (“vide e credette”), la traduzione è letteralmente corretta. Tuttavia, il testo originale racchiude sfumature teologiche e linguistiche che una semplice traduzione parola per parola non riesce a trasmettere pienamente.
Ecco i dettagli fondamentali per comprendere il testo dell’apostolo Giovanni (Gv 20,8):
1. La progressione del “vedere”
Il Vangelo di Giovanni utilizza tre verbi diversi per descrivere l’atto di vedere nel sepolcro, indicando un cammino di consapevolezza:
(blepei): Giovanni arriva per primo e “vede” fisicamente le bende (v. 5). È lo sguardo superficiale della vista oculare.
(theorei): Pietro entra e “osserva” o “esamina” attentamente (v. 6). È uno sguardo analitico, riflessivo e interrogante.
(eiden): Giovanni entra e “vede” (v. 8). Qui il verbo indica una visione profonda, un percepire con il cuore che porta alla comprensione interiore.
2. Il legame tra visione e fede
In greco, l’espressione è unita da una coordinazione molto stretta: ka eiden ka episteusen (“e vide e credette”).
- Causa ed effetto: Questa struttura indica che la fede di Giovanni non è un salto nel buio, ma l’effetto diretto e immediato di ciò che ha visto.
- Cosa vide? Giovanni non vide Gesù risorto, ma i segni della sua assenza: le bende “distese” o “afflosciate” (keimena) e il sudario piegato a parte. La posizione dei teli, che sembravano aver “svuotato” il corpo senza essere stati manomessi, fu la prova che scatenò la fede.
3. Il tempo verbale (Aoristo)
Entrambi i verbi sono al tempo aoristo, che in greco esprime un’azione puntuale e conclusa nel passato. Questo suggerisce che in quel preciso istante, davanti a quei segni, Giovanni ebbe un’intuizione fulminea e definitiva: comprese che Gesù era risorto, nonostante non avesse ancora pienamente inteso le Scritture (come specificato nel versetto successivo).
Differenza tra
“Vedere” e “Vedere”…
Oltre all’apostolo Giovanni, c’era un altro testimone, ossia san Pietro, che entrò nel sepolcro dov’era stato deposto il corpo di Gesù. Però, mentre nel Vangelo di Giovanni viene detto che l’apostolo “vide e credette”, nel Vangelo di Marco, che gli studiosi dicono basato sui racconti di Pietro, viene detto:
“Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere. Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere (Mc 16, 9-13).
Similmente viene narrato da Luca nel suo Vangelo, al capitolo 24:
“[Le donne], tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli. Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse” (Lc 24,9-11).
La discrepanza evidente tra il Vangelo di Giovanni e quello di Marco e di Luca, quindi, è reale e ci costringe a guardare la faccenda con occhio più attento, analizzando le fonti.
La diversità delle fonti: perché, soprattutto tra quella di Pietro (Vangelo di Marco) e di Giovanni, che si recarono entrambi al sepolcro?
È vero, Marco riflette la catechesi di Pietro, ma è un Vangelo “essenziale”. Marco punta tutto sull’annuncio dell’angelo e sullo shock delle donne. Giovanni, invece, scrive molto più tardi e lo fa con un intento specifico: integrare ciò che gli altri hanno omesso. Se Giovanni descrive le bende con tanta precisione tecnica, è proprio perché quegli altri non l’avevano fatto. Per lui, quel dettaglio fisico è la “prova regina” che mancava nei racconti precedenti (per una spiegazione più approfondita in merito vedi sul nostro sito la scheda precedente: “Come mai e perché Giovanni “vide e credette”?).
1. La differenza tra “Vedere” e “Vedere”
In Giovanni 20, il testo greco usa tre verbi diversi per “vedere”:
- Blepei: (Maria Maddalena) Vede genericamente che la pietra è tolta.
- Theorei: (Pietro) Osserva con attenzione i dettagli (le bende, il sudario). È un’osservazione quasi “scientifica” o investigativa.
- Eiden: (Giovanni) Vede e intuisce il significato profondo. Lui solo “crede” subito.
Pietro, pur vedendo le stesse bende descritte da Giovanni, nel racconto giovanneo non viene descritto come “credente” all’istante. Resta nel dubbio o nello stupore. Questo spiega perché nella tradizione petrina (Marco) il dettaglio delle bende non sia diventato l’asse centrale della fede: Pietro, forse, in quel momento non aveva ancora “connesso i punti” come fece il discepolo più giovane e intuitivo.
2. Conclusione “scientifica”
Se tutti i Vangeli dicessero esattamente la stessa cosa con le stesse parole, gli storici sospetterebbero un accordo a tavolino (falso documentale). Il fatto che Marco riporti lo scetticismo dei discepoli e Giovanni riporti l’intuizione fisica delle bende suggerisce due esperienze diverse:
- Pietro/Marco: Enfasi sulla fatica di credere e sulla necessità dell’incontro col Risorto.
· Giovanni: Enfasi sul “segno” fisico lasciato nel sepolcro.
3. In breve: Giovanni non smentisce Marco, ma aggiunge il “perché” lui, personalmente, ha fatto il salto della fede prima degli altri, davanti a un fenomeno fisico che Pietro stava ancora analizzando con perplessità. Infatti l’evangelista Luca, dopo aver narrato quanto riferito sopra in riferimento alla citazione del capitolo 24, nello stesso capitolo, al versetto successivo aggiunge: “Pietro tuttavia [subito dopo aver ascoltato il racconto delle donne] corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto” (Lc 24,12).
Domanda: come spiegare il fatto che Pietro, che aveva rinnegato il Maestro e “tradito” l’investitura ricevuta da Gesù, entra per primo nel sepolcro e, poi, invece, fu solo Giovanni che credette subito nella risurrezione di Gesù?
Rispondiamo considerando il risvolto psicologica dell’intero racconto. Per capire perché Pietro entra per primo ma è Giovanni a “vedere e credere”, dobbiamo guardare lo stato d’animo di Pietro, distrutto dal senso di colpa.
Proviamo a fare una ricostruzione “interiore” della scena, basata sul testo e sulla psicologia dei personaggi:
1. Il peso del rinnegamento
Pietro non è un testimone “neutro”. Solo poche ore prima ha giurato di non conoscere Gesù. Il suo cuore è un cumulo di macerie. Entra nel sepolcro non con la speranza della Risurrezione (a cui non crede ancora), ma probabilmente con il terrore di trovare il corpo o, peggio, con il peso di un addio mai dato.
2. L’investigazione di Pietro (Theorei)
Il testo greco dice che Pietro osserva con attenzione (theorei). È il termine da cui deriva “teorizzare”. Pietro analizza i fatti: vede le bende, vede il sudario. Ma il suo sguardo è bloccato dal trauma.
- La sua mente ragiona: “Il corpo non c’è. Le bende sono qui intatte come se il corpo fosse passato attraverso di esse. Il sudario è rimasto intatto, come se avvolgesse ancora la testa. Cosa significa?”.
- Il suo cuore tace: Il senso di colpa per il tradimento agisce come un filtro. Chi è schiacciato dal rimorso fatica a vedere la luce del miracolo; vede solo l’enigma di una tomba vuota. Per Pietro, in quel momento, la tomba vuota è un mistero logico, non ancora una vittoria spirituale.
3. L’intuizione di Giovanni (Eiden)
Giovanni, il “discepolo che Gesù amava”, non ha rinnegato. Era sotto la croce. Il suo amore è rimasto integro, e l’amore è un acceleratore dell’intuizione.
- Giovanni vede (eiden, un vedere che è un “comprendere”) la stessa scena fisica di Pietro: i tessuti afflosciati e il sudario che avvolge ancora il capo di Gesù come all’origine.
- Il salto della fede: Giovanni connette i punti istantaneamente. Capisce che quell’ordine impossibile non è opera umana. Per lui, il vuoto del lenzuolo, le bende non sciolte e il sudario che sembra ancora avvolgere il volto di Gesù come se fosse ancora sotto di esso, diventano la pienezza della presenza.
Curiosità:
Nel Vangelo di Giovanni, ai versetti 3 e 4 del capitolo 20, viene testualmente detto:
“Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro” (Gv 20,3-4).
Perché sottolineare o enfatizzare il particolare che Giovanni “corse più veloce di Pietro”?
A prima vista, infatti, il fatto che Giovanni si fermi a dire che lui arriva per primo al sepolcro, sembra un vanto infantile (“io correvo più forte”), ma se si scava nel testo, quegli “stupidi” particolari sono la firma dell’autenticità e hanno un peso teologico enorme.
Ecco perché non è una perdita di tempo, ma una lezione di psicologia:
- L’adrenalina del testimone: Chi ha vissuto un trauma o uno shock estremo ricorda dettagli insignificanti (il colore di una porta, chi è arrivato primo). Scrivere che “correva più veloce” non è un vanto, è la fotografia di un momento di frenesia pura. Giovanni sta dicendo: “Ero giovane, ero sconvolto, il cuore mi scoppiava nel petto”. È il realismo del ricordo che riaffiora.
- Il corpo vs la legge:
- Giovanni (il giovane) rappresenta l’amore: l’amore corre, non aspetta, arriva subito al cuore del mistero.
- Pietro (l’anziano e il capo) rappresenta l’istituzione e il peso del passato: cammina più lento, frenato forse dal dubbio o dal rimorso.
Giovanni ci sta dicendo che l’amore arriva prima della comprensione razionale, ma poi ha l’umiltà di fermarsi davanti all’autorità.
- Il “fermo immagine” sulla soglia: Se Giovanni avesse scritto semplicemente “andammo insieme e vedemmo”, avrebbe cancellato il gesto più potente del racconto: lui si ferma. Perché?
- Rispetta Pietro nonostante il rinnegamento.
- Riconosce che l’investitura di Gesù (“Tu sei Pietro”) non è stata cancellata dal peccato dell’uomo.
Se non ci dicesse che è arrivato prima, non potremmo capire quanto sia stato grande il suo gesto di cedere il passo.
- La “prova del nove” storica: Per un falsario che vuole inventare una religione, scrivere che il “capo” (Pietro) è lento, dubbioso e arriva dopo, mentre il “prediletto” (Giovanni) è più agile ma si blocca sulla porta, è un rischio inutile. Questi dettagli “inutili” sono esattamente ciò che rende il racconto credibile: la realtà è disordinata, fatta di corse, fiatone e silenzi imbarazzati davanti a una tomba vuota.
In fondo, Giovanni ci sta dicendo che la Risurrezione non è un dogma astratto, ma un evento che ha fatto correre due uomini all’alba, con i muscoli tesi e il fiato corto.
Perché Giovanni lascia il primato a Pietro?
Nonostante corra più veloce e arrivi prima, Giovanni si ferma e aspetta che Pietro entri. Questo è un dettaglio fondamentale:
- Rispetto dell’autorità: Nonostante il rinnegamento, Pietro resta il “capo” scelto da Gesù. Giovanni riconosce l’investitura di Pietro anche quando Pietro stesso si sente indegno.
- La riabilitazione silenziosa: Lasciando che sia Pietro a esaminare per primo la “scena del crimine”, Giovanni lo rimette al centro della storia. Pietro deve vedere con i suoi occhi il segno del perdono implicito in quella tomba ordinata: Gesù non è stato rubato, Gesù è vivo.
Il paradosso: Pietro ha bisogno dell’incontro fisico successivo (il “Pietro, mi ami tu?” sulla riva del lago) per guarire dal tradimento e credere pienamente. Giovanni, invece, guarisce dal dolore del lutto guardando semplicemente la forma del vuoto lasciata nel lenzuolo.
Domanda: Perché nel Vangelo di Giovanni non si fa nessun riferimento ai rimproveri di Gesù, documentati dal Vangelo di Marco e Luca, sul fatto che i discepoli non hanno creduto subito all’annuncio della sua resurrezione?
Infatti, se Giovanni “vide e credette” al mattino, perché alla sera dovrebbe essere rimproverato insieme agli altri? E perché lui stesso omette quel rimprovero?
Mettiamo allora i due racconti sotto la lente d’ingrandimento, per sciogliere queste apparenti discordanze:
1. Il rimprovero di Marco: un “blocco unico”
Marco scrive un Vangelo molto compatto. Quando parla degli Undici, spesso li tratta come un corpo unico, una categoria (“i discepoli”). Il rimprovero di Gesù in Marco 16,14 è una sintesi teologica: la comunità dei discepoli, nel suo insieme, è stata dura di cuore. Marco non sta facendo l’appello nominale per vedere chi avesse una “fede da 6” e chi da “10”; sta dicendo che il gruppo ha fallito nel credere alla testimonianza dei testimoni (le donne, i due di Emmaus).
2. Giovanni: il “testimone solitario”
Giovanni, scrivendo decenni dopo, ci tiene a precisare la sua esperienza personale. Quel “vide e credette” è un’esperienza intima e silenziosa. Giovanni non dice di aver convinto gli altri! Probabilmente, tornati dal sepolcro, la sua fede era ancora un’intuizione fragile che non riusciva a scalfire il terrore e il dubbio degli altri dieci (incluso un Pietro scosso).
- Quindi: Giovanni crede nel suo cuore, ma il gruppo (gli Undici) resta ufficialmente incredulo e barricato nel Cenacolo. Gesù rimprovera il “muro” di incredulità del gruppo, di cui Giovanni fa parte fisicamente.
3. Perché Giovanni omette il rimprovero?
Questa è la differenza di prospettiva più affascinante:
- Marco (e i Sinottici): Pongono l’accento sulla fatica umana e sul limite dei discepoli. Il rimprovero serve a dire: “Non siete stati bravi, ma io vi mando lo stesso”.
- Giovanni: Punta tutto sulla Gloria e sullo Spirito. Per lui, l’apparizione nel Cenacolo è il momento del “nuovo inizio”. Non gli interessa ricordare la sgridata (che forse considerava superata dal dono della Pace), ma il mandato: “Pace a voi… Ricevete lo Spirito Santo”. Giovanni vuole mostrare un Gesù che ricostruisce, non che recrimina.
4. Il caso dei discepoli di Emmaus
Anche qui c’è un dettaglio scientifico/cronologico: loro scappano da Gerusalemme dopo che le donne hanno dato l’annuncio, ma prima (probabilmente) che la notizia del “segno delle bende” di Giovanni si fosse diffusa o fosse stata elaborata dal gruppo. Il loro rimprovero (“Stolti e tardi di cuore”) conferma che l’atmosfera generale era di totale scetticismo.
In sintesi: come la mettiamo?
Giovanni non si esclude dal gruppo per superbia, ma racconta la sua “eccezione” interiore. Marco invece fa un bilancio collettivo del fallimento della gerarchia apostolica.
È come se un professore rimproverasse tutta la classe per non aver studiato: anche se uno studente ha capito la lezione ma è rimasto in silenzio in un angolo senza convincere i compagni, finisce nel “mucchio” del rimprovero generale.
Altra domanda: Ma, allora, alla fine dei conti, perché Gesù scelse proprio Pietro e non Giovanni come riferimento principale e spirituale di tutti gli apostoli?
Questa domanda e questa perplessità sono il cuore della “logica rovesciata” del Vangelo. È quasi irritante, infatti, vedere come Gesù scelga la fragilità al posto della perfezione.
Ecco come possiamo analizzare queste “ingiustizie” apparenti:
1. Perché Pietro e non Giovanni?
- L’autorevolezza: Nel mondo antico, l’età contava. Un gruppo di pescatori rudi non avrebbe mai seguito un adolescente o un giovanotto, come Giovanni, per quanto “sveglio” e affidabile.
- La pedagogia dell’errore: Gesù sceglie chi ha fallito perché chi è caduto (ed è stato perdonato) ha più misericordia verso gli altri. Giovanni, che è rimasto fedele sotto la croce, avrebbe rischiato di essere un leader troppo severo e intransigente verso chi sbagliava. Pietro, l’incredulo, il duro a comprendere, il “vigliacco” perdonato, sa cosa significa la debolezza e può guidare un gregge di peccatori senza giudicarli.
2. La “testa dura” di Pietro
Sì, anche dopo la Pentecoste, Pietro è un disastro (litiga con Paolo, ha paura dei tabù alimentari). Ma questo conferma che lo Spirito Santo non annulla la personalità: Pietro resta un ebreo testardo, ma ora è un ebreo testardo che non scappa più. La sua “chiusura di testa” serve a dimostrare che la Chiesa non cammina per le capacità del capo, ma nonostante il capo.
3. I due destini: Martirio vs Vecchiaia
Qui c’è il ribaltamento finale:
- Pietro (il martirio): Per lui, morire sulla croce a Roma è il riscatto supremo. Colui che aveva avuto paura di una serva nel cortile del Sommo Sacerdote, ora sfida l’Imperatore. Il martirio è la prova che il suo amore, alla fine, è diventato totale.
- Giovanni (la testimonianza): Non “se la cava” per fortuna o codardia. La tradizione dice che subì torture (l’olio bollente) ma sopravvisse. Il suo compito non era dare il sangue, ma dare la memoria. Doveva restare vivo per scrivere, per curare Maria e per spiegare alle generazioni future il “senso profondo” di ciò che avevano visto.
In sintesi: Pietro è il fondamento visibile (la roccia grezza), Giovanni è l’occhio spirituale (l’aquila). Uno serve a tenere insieme la struttura, l’altro a ricordarne il significato.
Giuda si è disperato perché ha guardato solo al proprio peccato; Pietro si è salvato perché, nonostante la sua fragilità, debolezza, incapacità a comprendere e “vigliaccheria”, ha avuto il coraggio di accettare e riconoscere le sue fragilità e guardare di nuovo negli occhi Gesù.
I messaggi in
“Codice”
di Gesù Risorto
Perché Gesù risorto non viene subito riconosciuto dai suoi discepoli?
Diciamo che il corpo di Gesù risorto non viene riconosciuto perché Gesù appare in maniera diversa, con un corpo “trasfigurato”. Non è un cadavere rianimato (come Lazzaro), ma un corpo che appartiene a una dimensione nuova, dove la materia segue regole diverse e quindi appare o può apparire in maniera diversa.
Ecco le tre spiegazioni principali per questo “mancato riconoscimento”:
1. La “Metamorfosi” del corpo
– Il Vangelo di Marco (16,12), parlando dei due discepoli di Emmaus che, allontanandosi da Gerusalemme si stavano recando verso la campagna, riferisce che furono affiancati da un apparente “estraneo” che invece era Gesù stesso, apparso a loro, recita il testo: “sotto un altro aspetto (en hetera morphē)”.
– Nel Vangelo di Luca, Gesù ha lo stesso corpo (ha le piaghe, mangia), ma la sua fisionomia è mutata. È un corpo glorioso che non è più limitato dalla biologia. La sua luce interiore altera la percezione che gli altri hanno di lui. Così recita il Vangelo di Luca: “Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro” (Lc 24,36-43). Similmente nel vangelo di Giovanni: “Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!»”.
– Anche negli altri racconti post-pasquali (al giardino con la Maddalena, al lago di Tiberiade con i discepoli), Gesù ha un corpo fisico (mangia, si fa toccare), ma è un corpo “diverso”, che non risponde più alle leggi biologiche precedenti. È come se la Risurrezione avesse cambiato i suoi lineamenti o la sua “vibrazione”. Ecco i testi principali:
1) Gesù appare a Maria Maddalena nel giardino vicino al sepolcro: “Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro [12]e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro!” (Gv 20,11-17).
2) Gesù appare ai discepoli che erano sul lago di Tiberiade a pescare: “Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla. Quando gia era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «E’ il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un pò del pesce che avete preso or ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore. Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti (Gv 21, 1-14).
2. Il riconoscimento “spirituale”
Nota un dettaglio: Gesù non viene riconosciuto con gli occhi, ma con altri sensi o gesti:
· Maria lo riconosce quando lui la chiama per nome: “Maria!”. È l’udito del cuore.
· I discepoli di Emmaus lo riconoscono allo spezzare del pane. È un gesto eucaristico, un “codice” che solo chi era con lui può decifrare.
- Giovanni sul lago (non Pietro!) è il primo a dire: “È il Signore!”. Giovanni è il discepolo dell’amore, e l’amore vede prima della vista fisica. Come nel sepolcro, è l’intuizione dell’amore che arriva prima della vista. Pietro, invece, ha bisogno del miracolo pratico (la rete che scoppia) per scuotersi, mettersi la tunica e tuffarsi.
3. Una scelta deliberata
Gesù sembra voler insegnare ai discepoli (e a noi) che d’ora in poi non lo si incontrerà più “secondo la carne”, ma attraverso la Parola e i Sacramenti, ma anche nell’uomo (o la donna) comune (come un giardiniere, un viandante/pellegrino, un estraneo qualunque che su una riva sta guardando dei pescatori ed anche un bisognoso, un malato, un carcerato, ecc,) come riferì Egli stesso ai discepoli: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,31-40). Ciò per evidenziare l’universalità della sua presenza, di Lui che si è fatto carico e si fa ancora carico e si “incarna” in tutta l’umanità, e quindi delle gioie, dei bisogni e dei dolori di chiunque. Una “incarnazione” che non si è esaurita nell’atto della sua nascita e crescita nel mondo, ma continua ancora adesso, in maniera “trasfigurata/sublimata” e invisibile, nel tempo, fino alla fine del mondo e per l’eternità.
A tal proposito, tra gli altri, citiamo, alcuni riferimenti biblici:
“Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui” (Col 1,16-17);
“In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1, 1-3).
“[A San Paolo che, prima di convertirsi, perseguitava i cristiani] avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Rispose: «Chi sei, o Signore?». E la voce: «Io sono Gesù, che tu perseguiti!»” (At 9,3-5).
In concreto, tornando agli episodi narrati dai vangeli dopo la resurrezione di Gesù, possiamo dire che, in sintesi, il corpo risorto di Gesù era, ed è, è come un’immagine che ha bisogno di una frequenza specifica per essere messa a fuoco: quella frequenza è la fede.
È una dinamica apparentemente assurda, ma profondamente umana: il passaggio dalla vista (vedere un uomo sulla spiaggia, come citato nel Vangelo di Giovanni) alla fede (capire che è Dio). Essa non è mai automatica, nemmeno dopo aver visto un morto tornare in vita e sembra quasi suggerire un altro particolare: all’epoca, la trasformazione dei discepoli non era ancora completa, perché mancava ancora l’ultimo pezzo del puzzle, la Pentecoste.
Perché Gesù risorto, nonostante questo suo nuovo corpo “trasfigurato”, insiste tanto nel farsi toccare e nel mangiare del pesce (o del pane) insieme ai discepoli?
Il fatto che Gesù, pur avendo un corpo “diverso”, insista nel farsi toccare e nel mangiare pesce (o pane) è una delle parti più concrete dei Vangeli. Ha tre significati fondamentali:
1. La prova contro i “fantasmi” (Anti-Gnosticismo)
All’epoca circolavano idee secondo cui Gesù fosse risorto solo come “spirito” o “visione”. Luca è chiarissimo: Gesù dice “Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho”. Mangiare il pesce o il pane e mostrare le piaghe delle mani e dei piedi serve dunque a dire: “Sono proprio io, quello che è stato crocifisso, non un’illusione ottica”. È la prova della continuità tra il Gesù prima della morte e quello dopo
2. Il recupero dell’intimità quotidiana
Gesù non torna come un giudice severo o un’entità astratta, ma torna a fare le cose che faceva prima: mangiare insieme. Il pasto è il segno massimo della fraternità. Chiedendo da mangiare, Gesù riporta i discepoli in una dimensione “familiare”, rompendo il clima di paura e stupore che li paralizzava. È come se dicesse: “Siamo ancora amici, la nostra storia continua”.
3. Il valore della Creazione e del Corpo
Questa scelta ha un valore teologico enorme: Dio non salva solo l’anima, ma tutta la realtà umana, compreso il corpo e il cibo. Il pesce arrostito o il pane cotto diventano il simbolo della vita nuova che però non rinnega la materia.
Curiosità: In greco, la parola “pesce” (ICHTHYS) diventerà l’acronimo segreto dei primi cristiani che significava “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore” (Iēsous Christos, Theou Yios, Sōtēr). Il simbolo del pesce era infatti usato prima ancora della croce come principale simbolo cristiano per esprimere la fede e, usato in maniera stilizzato, veniva impiegato come codice di riconoscimento tra i cristiani durante le persecuzioni.
Ecco come veniva utilizzato:
- Segno di Riconoscimento Segreto: Durante le persecuzioni romane, i cristiani tracciavano il simbolo del pesce sulla sabbia o sulle pareti per identificarsi reciprocamente senza essere scoperti.
- Simbolo Funerario: Era molto comune nelle catacombe di Roma (come in steli del III secolo) e su iscrizioni funerarie per indicare la fede del defunto.
Significato Teologico: Il simbolo richiamava anche i “pescatori di uomini” e il miracolo dei pani e dei pesci, simboleggiando Cristo stesso e il nutrimento spirituale. Mangiare il pesce dopo la Pasqua, inoltre, era anche un modo plastico per dire: “Stiamo mangiando con il Salvatore”. l’atto stesso di mangiare il pesce, infatti, assunse un valore Eucaristico e mistico. Consumarlo durante l’Ottava di Pasqua o nei banchetti comunitari (le agapi) era un modo concreto e visivo per dire: “Cristo è risorto e noi stiamo cenando di nuovo con Lui”.
Il caso particolare di Maria Maddalena: “Noli me tangere”
Mentre ai discepoli dice “toccatemi”, a Maria dice “Non mi trattenere” (spesso tradotto con “Non mi toccare”). Perché questa differenza?
· I discepoli dubitavano della sua realtà fisica (pensavano fosse un fantasma), quindi avevano bisogno di toccare per credere.
· Maria, al contrario, voleva “trattenerlo” come se nulla fosse cambiato, cercando di tornare al rapporto umano di prima. Gesù la ferma per insegnarle che il loro rapporto d’ora in poi sarà spirituale e basato sulla missione.
In breve: si fa toccare per sconfiggere il dubbio, ma chiede di non essere trattenuto per educare alla fede.
La scelta del pesce, inoltre, rispetto alla carne, non è casuale ma densa di richiami biblici, culturali e profetici. Ecco perché proprio questo alimento è al centro degli incontri con il Risorto:
1. Il simbolo del “Passaggio” (Teologia di Sant’Agostino)
Sant’Agostino ha coniato una formula celebre: “Piscis assus, Christus passus” (Il pesce arrostito è il Cristo che ha patito).
· Dall’abisso alla luce: Il pesce vive nell’abisso del mare, che nella Bibbia rappresenta il regno della morte e del caos. Gesù, come un pesce, è sceso nell’abisso (la morte) ed è “risalito” alla terraferma per farsi mangiare (donarsi come vita).
- La prova del fuoco: Il pesce sulla brace simboleggia la sua Passione: è passato attraverso il “fuoco” del dolore per diventare nutrimento per i suoi discepoli.
2. Il legame con la missione (Pescatori di uomini)
Gesù sceglie il pesce per “parlare” il linguaggio dei suoi apostoli, che erano pescatori.
Sul lago di Tiberiade, la pesca miracolosa delle 153 grosse creature serve a confermare che, nonostante la risurrezione, la loro missione non è cambiata: devono continuare a “pescare” (salvare) gli uomini dalle acque della morte, portandoli nella rete della Chiesa che “non si spezza”.
3. Una questione di “Sangue” (Differenza con la carne)
Nel pensiero ebraico e antico, la carne degli animali terrestri (sangue caldo) era legata alla vita terrena e ai sacrifici del Tempio.
· Il pesce, essendo “a sangue freddo” e non richiedendo un’uccisione rituale cruenta come un agnello, era considerato un cibo più puro e adatto a rappresentare la nuova creazione, dove la morte è stata sconfitta e non c’è più bisogno di versare sangue animale.
4. L’apertura ai Gentili (Universalità)
Alcuni esegeti vedono nel pesce il simbolo dei popoli pagani (che vivono oltre il mare) che vengono finalmente incorporati nel “corpo di Cristo”. Mangiando il pesce dopo essere risorto, Gesù dichiara che la sua salvezza non è più solo per Israele, ma per “tutte le nazioni”.
In sintesi, il pesce è il cibo della quotidianità, della missione e della vittoria sulla morte. Se il pane rappresenta Gesù come “base” della vita, il pesce rappresenta il suo “trionfo” sull’abisso.
Perché l’evangelista Giovanni nel capitolo 21 del suo Vangelo ci tiene a riferire che i pesci pescati da Pietro sono proprio 153?
Il numero 153 è uno dei rompicapi più famosi dei Vangeli. Non è un numero “a caso”: per gli antichi, i numeri erano simboli precisi.
Ecco le tre spiegazioni più accreditate:
1. Il simbolo dell’Universalità (Tutte le nazioni)
Questa è la spiegazione più amata dai Padri della Chiesa (come San Girolamo). All’epoca si credeva che nel mondo esistessero esattamente 153 specie diverse di pesci. Dicendo che la rete ne conteneva 153 e “non si spezzò”, l’evangelista Giovanni vuole dire che la Chiesa ha spazio per tutti i popoli della terra. Nessuna cultura o nazione è esclusa dalla salvezza di Gesù.
2. La perfezione della Legge e della Grazia
(Sant’Agostino)Sant’Agostino, che amava i calcoli matematici, propose una spiegazione basata sulla “somma dei numeri” (numero triangolare):
· Se sommi tutti i numeri da 1 a 17 (1+2+3…+17), il risultato è esattamente 153.
- Perché 17? Perché è composto da 10 (i Dieci Comandamenti, la Legge) + 7 (i doni dello Spirito Santo, la Grazia).
- Quindi, 153 rappresenta l’umanità intera che ha raggiunto la pienezza attraverso l’osservanza della Legge e l’aiuto dello Spirito.
3. La “Gematria” (I nomi nascosti)
Nella lingua ebraica e greca, ogni lettera corrisponde a un numero. Facendo la somma delle lettere di alcune espressioni chiave, si ottiene 153:
- “Beni Ha-Elohim” (Figli di Dio): la somma delle lettere ebraiche è 153.
- “Ha-Kahal” (La Chiesa/L’Assemblea): anche qui, i calcoli portano a riferimenti simbolici legati a questa cifra.
4. Il dettaglio della “Rete che non si spezza”
Oltre al numero, è fondamentale che la rete regga il peso. Significa che la Chiesa, nonostante le divisioni umane e la quantità enorme di persone diverse che accoglie, ha una struttura (divina) capace di tenere uniti tutti senza sfasciarsi. In breve: 153 è il numero della totalità. Nessuno resta fuori dalla rete di Pietro.
Perché
Gesù sceglie Pietro?
In questa sezione cercheremo di rispondere ad una domanda che probabilmente ognuno di noi si è posto almeno una volta leggendo o ascoltando i Vangeli: perché Gesù sceglie Pietro? Come mai Gesù sceglie proprio Simone (detto Pietro,
appunto) per il suo apostolato e perché nomina proprio lui a capo dei discepoli e della sua futura Chiesa?
E’ un interrogativo che è del tutto lecito porsi, considerato anche il fatto che Simone era una persona qualunque, uno come oguno di noi, con il suo lavoro, la sua famiglia, i suoi amici… Cosa lo distinse dagli altri apostoli per essere scelto in maniera particolare da Gesù?
Proveremo a dare una risposta a questi interrogativi, affrontando il problema con un duplice approccio:
1) Tramite il Podcast (che trovi appena sotto) cercheremo di esaminare la figura di Pietro in tutta la sua complessità, ossia prima che conoscesse Gesù, dopo che l’ha conosciuto e, dopo ancora, alla morte e resurrezione dello stesso Gesù. Cercheremo, tramite i racconti evangelici e, successivamente, il contenuto delle sue lettere, di entrare nella psicologia, nell’indole e nel carattere propri dell’apostolo, soprattutto nei momenti chiave della sua vita e della sua esperienza con Gesù, sotto diversi punti di vista.
2) Tramite il seguito del presente testo, abbiamo provato a catapultarci, in un ipotetico spostamento “spazio-temporale” o “viaggio nel tempo a ritroso” (concedeteci la licenza), di direttamente nella Palestina del tempo di Gesù e incontrare il “futuro” San Pietro, per sottoporlo ad una vera e propria “intervista” giornalistica, come si farebbe anche oggi ad un qualunque personaggio famoso del nostro tempo. Ringraziamo lo stesso San Pietro per la disponibilità dimostrata…
A voi l’inizio!
Intervista a… San Pietro
Introduzione:
Ci sono uomini che si comprendono solo guardando la loro fine. Altri, invece, vanno ascoltati dal principio, seguendo il filo segreto che li ha condotti da ciò che erano a ciò che sono diventati. Simon Pietro appartiene a entrambi i casi. Per capirlo davvero bisogna tornare alle sue mani: mani di pescatore, mani ruvide, mani capaci di gettare reti nel lago e di tremare davanti al fuoco di un cortile. Bisogna tornare al suo cuore: impulsivo, generoso, impaurito, ferito, infine aperto alla grazia.
La sua storia non è quella di un eroe lineare. È la storia di una resistenza interiore che cede lentamente al fuoco di Dio. È la storia di un uomo che ama sinceramente, ma quasi mai nel modo giusto; che segue con slancio, ma capisce in ritardo; che promette tutto, ma scopre di potersi perdere; che cade nel modo più umiliante, e proprio così viene rialzato nel modo più alto. Pietro non è la figura dell’equilibrio: è la figura della conversione.
D. Pietro, se dovesse raccontarsi all’inizio del suo cammino, prima di incontrare Gesù, chi era davvero Simon Pietro?
R. Ero un uomo semplice. Uno che conosceva il peso delle reti, del vento, della fatica, della notte. Vivevo di lavoro e di attesa. Avevo il mare davanti agli occhi e, dentro, una fame che non sapevo nominare. Pensavo di cercare solo il pane quotidiano, ma in verità cercavo qualcosa che desse senso al mio vivere. Non lo sapevo ancora, ma il mio cuore era già inquieto prima di incontrarlo.
D. Lei era un pescatore, uno abituato a terra e acqua, fatica e silenzio. Che cosa accadde quando Gesù la chiamò?
R. Accadde una cosa che ancora oggi mi commuove: fui guardato. Non solo visto, ma guardato davvero. E in quello sguardo sentii che la mia vita non era più soltanto mia. Io ero abituato a misurare tutto con le mani: il peso del pesce, la resistenza del corpo, la durezza del lavoro. Gesù invece mi raggiunse nel punto in cui io ero più povero e più vero. Mi disse di seguirlo, e quella parola mi spogliò e mi liberò nello stesso tempo.
D. Fin dall’inizio lei appare impulsivo, quasi irruente. Si riconosce in questa immagine?
R. Sì, mi riconosco. Io ho sempre amato di slancio. A volte parlavo prima di capire, promettevo più di quanto potessi mantenere, credevo di essere forte quando in realtà ero solo preso dall’entusiasmo. Ma non mi vergogno di questo: ero fatto così. Il Signore non mi prese dopo avermi corretto completamente; mi prese mentre ero ancora confuso, incompleto, pieno di contraddizioni. Forse proprio per questo mi volle con sé.
D. C’è stato un momento in cui il suo slancio si è trasformato in paura?
R. Più volte. La paura non arriva sempre come un nemico esterno: a volte nasce dentro di te, quando ti accorgi che l’amore ti chiede più di quanto credevi. La notte del tradimento, quella paura mi vinse. Io che avevo giurato fedeltà, tremavo davanti a una serva. È un’umiliazione che non si dimentica. Ma il dolore più grande non fu il timore degli uomini: fu il suono del gallo, perché in quel suono sentii la verità su di me.
D. Che cosa ha significato per lei il rinnegamento di Gesù?
. È stata la mia notte più buia. Non solo avevo fallito: avevo fallito davanti a Colui che amavo. Eppure, in quel fallimento, mi venne tolta ogni illusione su me stesso. Mi credevo più saldo di quanto fossi. Mi credevo capace di amare senza misura, e invece scoprii il limite, la paura, la fragilità. Il rinnegamento mi spezzò, ma forse era necessario che mi spezzassi per diventare vero.
D. E il pianto?
R. Il pianto mi salvò. Non perché cancellasse la colpa, ma perché mi impedì di chiudermi nel buio. Piangere significa smettere di difendersi. È il momento in cui l’uomo non ha più parole per giustificarsi e resta nudo davanti a Dio. Io piansi amaro, sì, ma quel pianto fu anche una soglia. Lì cominciò la mia conversione più profonda.
D. Dopo la risurrezione, lei entra nel sepolcro, ma non è reagisce come Giovanni che fa il primo salto della fede. Come vive quel momento?
R. Con stupore e con lentezza. Il mio cuore era ancora ferito. Quando vidi le bende, non capii subito. Non sempre chi ama di più intuisce per primo. A volte il dolore rende ciechi, oppure prudenti, oppure incapaci di lasciarsi vincere dalla gioia. Io guardavo, ma non avevo ancora la libertà interiore per credere fino in fondo. Eppure quel vuoto non era più una semplice assenza: era un segno che mi stava chiamando.
D. Perché Giovanni credette prima di lei?
R. Perché il suo amore era più trasparente in quel momento. Il mio era appesantito dalla ferita. Il suo sguardo correva dritto al cuore del mistero; il mio aveva bisogno di passare attraverso il rimorso, la memoria del peccato, la fatica di riannodare tutto. Non ero meno amato di Giovanni, ma ero più ferito. E il ferito ha bisogno di più tempo per riconoscere la luce.
D. L’incontro sul lago di Tiberiade è uno dei momenti più belli del suo cammino. Che cosa prova quando si butta in acqua per andare verso Gesù?
R. Provo una libertà che non avevo mai conosciuto. Lì non sono più il discepolo che ha fallito, ma l’uomo che corre verso il perdono. Non mi importa di arrivare elegante, ordinato, degno. Mi importa solo di andare. Quel tuffo è stato come una confessione senza parole: “Sei ancora Tu il mio Signore, e io non posso restare lontano”. Era il contrario della notte del rinnegamento. Prima avevo preso le distanze; lì invece mi gettavo verso di Lui.
D. E il triplice “Mi ami tu?”
R. Quella domanda mi ha trafitto e guarito insieme. Ogni volta avrei voluto rispondere meglio, più forte, più grande. Ma dentro di me sapevo di non poter fingere. Perciò risposi con verità. Non gli offrivo un amore eroico, ma reale. Non Gli promettevo ciò che non sapevo se avrei saputo compiere. Gli consegnavo ciò che avevo: il mio affetto povero, ferito, sincero. E Lui accettò quel poco e lo trasformò in missione.
D. Quando Gesù le affida il gregge, lei si sente davvero all’altezza?
R. No, non all’altezza secondo il mondo. E forse proprio per questo ero adatto. Chi guida nel nome di Dio non può farlo da padrone, ma da servo. Io sapevo di essere fragile, e questo mi rendeva più attento alla fragilità degli altri. Il pastore non è colui che non cade mai; è colui che, cadendo, ha imparato a non disprezzare chi cade. Se il Signore mi ha affidato le sue pecore, è perché voleva che le amassi non con superiorità, ma con misericordia.
D. A Pentecoste sembra diventare un altro uomo. Che cosa cambia davvero in lei?
R. Non cambia la mia natura, cambia il centro del mio cuore. Prima ero dominato dalla paura di perdere, dalla preoccupazione di salvarmi, dalla mia voce che tremava davanti agli uomini. Dopo, lo Spirito mise in me una forza che non veniva da me. Parlai non perché ero diventato improvvisamente perfetto, ma perché non potevo più tacere. Lo Spirito non mi rese impeccabile: mi rese testimone. E un testimone non parla di sé, parla di ciò che ha visto e amato.
D. Nelle sue lettere emerge un Pietro ormai maturo, umile, quasi raccolto. Che cosa direbbe di quel passaggio?
R. Direi che è il frutto del fuoco attraversato. Le mie lettere non nascono dalla teoria, ma dalla vita. Io so che cosa significa soffrire, temere, sbagliare, vergognarsi, ricominciare. Per questo posso parlare di pazienza nella prova, di umiltà, di mitezza, di speranza. Non sono belle parole dette da lontano. Sono parole nate da un uomo che è stato rialzato. La vera autorità non è quella di chi si impone, ma di chi è stato salvato.
D. Se dovesse riassumere la sua conversione in una sola immagine, quale sceglierebbe?
R. Scelgo il passaggio dallo sguardo abbassato allo sguardo alzato. Prima guardavo solo me stesso: la mia forza, la mia paura, il mio fallimento. Poi ho imparato a guardare Gesù. E in quello sguardo ho capito che la mia storia non era finita nel rinnegamento, ma iniziava nel perdono. La conversione è questo: non diventare invincibili, ma lasciarsi amare fino in fondo.